mercoledì 17 gennaio 2018

Civiltà mesoamericane sterminate dalla Salmonella

Fu la febbre tifoide, scatenata da un ceppo letale di Salmonella, a sterminare le popolazioni indigene di Messico e Guatemala dopo l'arrivo dei Conquistadores europei nel XVI secolo. A dimostrarlo sono le tracce di Dna del microrganismo rinvenute nei resti delle vittime dell'epidemia (chiamata "cocoliztli", in lingua azteca) che colpì l'America centrale tra il 1545 ed il 1550. Le hanno analizzate i ricercatori dell'Istituto tedesco Max Planck di Jena, che pubblicano i risultati sulla rivista Nature Ecology and Evolution in collaborazione con l'Università di Harvard e l'Istituto messicano di antropologia e storia.
Come in un episodio di "CSI", i ricercatori hanno esaminato i resti di 29 indigeni uccisi dal morbo letale e sepolti nel cimitero della città messicana di Teposcolula-Yucundaa, abbandonata dopo l'epidemia. Dopo aver estratto il Dna antico dalle ossa, gli esperti hanno usato un innovativo programma che permette di cercare ad ampio spettro ogni genere di Dna batterico. Questo metodo di screening ha evidenziato tracce di Salmonella enterica in 10 campioni.
Successivamente, grazie ad un metodo di arricchimento del Dna ideato apposta per questo studio, è stato possibile ricostruire integralmente i genomi dei vari ceppi del microrganismo: in 10 dei 29 defunti sono state trovate sottospecie di Salmonella enterica responsabili della febbre tifoide.
 
Fonte:
ansa.it


Sardegna, quei Fenici multiculturali

Ricercatori al lavoro sul Monte Sirai in Sardegna
(Foto: Michele Guirguis)
I Fenici erano un popolo inclusivo e multiculturale, fatto di esploratori e commercianti disposti ad integrarsi con le comunità locali che incontravano lungo le proprie rotte: lo dimostrano i campioni di Dna antico rinvenuti in alcuni insediamenti fenici tra la Sardegna e il Libano. I risultati delle analisi sono pubblicati sulla rivista Plos One da un gruppo internazionale di ricerca che comprende l'Università di Sassari ed è coordinato da E. Matisoo-Smith, dell'Università neozelandese di Otago, e da Pierre Zalloua dell'Università americana del Libano (Lau).
Grazie alla genetica, i ricercatori hanno provato a ricostruire la relazione intercorsa tra i Fenici e gli abitanti della Sardegna, che - insieme ad altre isole come Cipro, Malta, Ibiza e Sicilia - era diventata un importante avamposto lungo le primissime rotte commerciali stabilite dai Fenici verso la penisola iberica e il nord Africa.
Lo studio si è focalizzato sull'analisi del Dna mitocondriale, quello ereditato esclusivamente per via materna che non si trova nel nucleo della cellula, bensì nelle sue centraline energetiche, i mitocondri. I ricercatori hanno scoperto in particolare 14 nuovi frammenti di Dna mitocondriale antico, ritrovati in Libano e Sardegna e risalenti all'epoca fenicia (700-400 a.C.) e addirittura a quella pre-fenicia (1800 a.C.). Le sequenze sono state poi confrontate con 87 genomi mitocondriali completi appartenenti a moderni abitanti del Libano, e infine con 21 genomi mitocondriali risalenti all'epoca pre-fenicia in Sardegna.
I risultati delle analisi dimostrano che si è avuta integrazione tra i Fenici e i Sardi insediati nella parte meridionale dell'isola, nella zona del Monte Sirai. Dai dati emerge, inoltre, una significativa mobilità femminile, con donne che sarebbero migrate dal Vicino Oriente e dal nord Africa verso la Sardegna e donne europee che, invece, si sarebbero spostate in Libano. I Fenici, dunque, "non erano conquistatori - spiegano i ricercatori - ma solo esploratori e commercianti", per cui le migrazioni e l'integrazione culturale erano all'ordine del giorno.
 
Fonte:
ansa.it

Selinunte, una città nella città: nuove scoperte

Il Parco Archeologico di Selinunte (Foto: pti.regione.sicilia.it)
Selinunte, il parco archeologico più grande d'Europa ma anche una città nascosta da 2700 anni. E' grazie ad una termocamera ad alta sensibilità termica, caricata su un drone, se i geologi dell'Università di Camerino hanno rilevato sul terreno dell'area archeologica, alcune anomalie riconducibili ad importanti strutture sepolte che dal tempio scendevano verso il porto.
Finora sono 14 i piani di volo effettuati sull'area del Parco Archeologico con un esacottero, un drone con sei braccia, che ha rilevato le temperature dei corpi sia vivi che inerti. "Rimangono ancora molte strutture da indagare - ha rilevato Enrico Caruso, Direttore del Parco Archeologico di Selinunte e Cave di Cusa. - Va compresa la conformazione geologica della zona e il perché i selinuntini la scelsero per il loro insediamento. Il dramma di Selinunte è la conservazione: dobbiamo capire cosa vuol dire tenere in piedi un tempio che può rischiare di cadere in caso di terremoto".
Piantina del Parco Archeologico di Selinunte (Foto: virtualsicily.it)
Enrico Caruso ha lasciato trapelare notizia dei ritrovamenti più interessanti, a partire dal sistema di tubature costruito dai Greci per portare l'acqua nelle case, per arrivare al rinvenimento, in queste ultime settimane, di ambienti domestici dedicati al culto, a cui sono riconducibili alcuni altari cilindrici e la più antica raffigurazione di Ecate (Hekate) mai ritrovata in tutto il mondo greco: si tratta di un personaggio femminile di origine pre-indoeuropea successivamente acquisito dalla mitologia greca come divinità regnante sui demoni malvagi, sulla notte, sulla luna, invocata negli incantesimi e nelle antiche pratiche di magia.
Tempio "E" di Hera (Foto: lasiciliainrete.it)
Ritrovati anche molteplici oggetti che riportano a momenti di vita dell'antica città come vasi corinzi, ornamenti, statue e persino un flauto, mentre delle case risalenti all'epoca classica ed ellenistica, dopo la distruzione del 409 a.C., è stata presentata la ricostruzione, così come anche quella, parziale, della facciata del Tempio Y - il più antico tempio dorico circondato da colonne tra quelli di Selinunte - della quale sono stati rinvenuti alcuni elementi architettonici.
Il geologo Fabio Pallotta ha affermato che: "l'uso di termocamera ad alta sensibilità terminca, montata su drone, ha permesso ai geologi dell'Università di Camerino di rilevare sul terreno alcune anomalie termiche riconducibili ad importanti strutture sepolte che dal Tempio M scendono verso il porto di Selinunte. Si trattava verosimilmente di un complesso di templi e vasche colme di acqua sorgiva che scorreva verso il mare per offrire ristoro ai viaggiatori. Le immagini termiche consentiranno di notare come il gradiente di calore delinea nel terreno perfetti disegni geometrici che circondano proprio i resti del cosiddetto Tempio M, ora situato lungo la sponda destra del fiume Selino, ma che in origine si ergeva in tutto il suo splendore sull'estremo promontorio occidentale della laguna".
Tempio "C", veduta aerea (Foto: wikimedia)
"Gli studi fin qui condotti a Selinunte - ha commentato Marco Materazzi, geomorfologo dell'Università di Camerino. - hanno permesso in primo luogo di ricostruire quella che doveva essere l'antica linea di riva al tempo della massima espansione della città greca, evidenziando la presenza di due porti ubicati immediatamente ad est e ad ovest dell'Acropoli di Selinunte e confermando, integrandole, le ipotesi già formulate dagli archeologi Hulot e Fougères agli inizi del Novecento". La recente ricerca ha permesso di rilevare le tracce di importanti interventi effettuati sul territorio: dalle deviazioni di corsi d'acqua, alla captazione di sorgenti, a imponenti sbancamenti per scopi di carattere militare o legati al commercio e al culto religioso. 
Sempre in materia di acqua, lo studioso ha poi aggiunto come essa costituisse la più importante delle risorse di un territorio che dovette avere nell'abbondanza d'acqua la fonte principale della sua prosperità, peraltro non priva di seri problemi a causa della presenza di aree paludose e malsane. Metodi geoelettrici non invasivi, hanno infine evidenziato la presenza nel sottosuolo, sotto i depositi sabbiosi, di strutture presumibilmente riconducibili ad edifici, mura o strade, come future indagini archeologiche si spera potranno confermare.
Strada sull'acropoli di Selinunte (Foto: Wikipedia.org)
Sempre nel sottosuolo di Selinunte, il gruppo di ricerca dell'Università di Camerino coordinato da Gilberto Pambianchi, Ordinario di Geomorfologia e Geografia Fisica e Presidente Nazionale dei Geomorfologi Italiani, ha inoltre delineato, attraverso indagini con la termo-camera, gli ambienti naturali dei primi insediamenti risalenti a 2700 anni fa. Un paesaggio che ha rivelato tracce molto probabilmente rapportabili a terremoti, frane, alluvioni del passato, eventi naturali cui ora sarà necessario dare una successione cronologica. Da questo studio, ha detto Pambianchi, "emergerà una ricostruzione storica decisamente importante per le politiche di prevenzione e di tutela dei siti archeologici in Sicilia e nel resto d'Italia". [...]
Quando saranno terminate le operazioni sul campo, su ogni punto di sondaggio sarà collocata una stele esplicativa che descriverà al visitatore le caratteristiche stratigrafiche, archeologiche ed ambientali rinvenute. Di questi ambienti, non visibili ad occhio nudo ma emersi grazie alla ricerca portata avanti dall'Università di Camerino, dalla Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Trapani e dal Parco Archeologico di Selinunte, saranno mostrate alla stampa le elaborazioni in 3D.
Continua così a comporsi il puzzle di questo che - ha detto il direttore Enrico Caruso - "è il parco archeologico più grande d'Europa in quanto costituisce un unico, grande sistema che comprende al suo interno un'intera città e due zone suburbane che includono ad ovest i piccoli santuari e ad est i grandi santuari. Fondata nella seconda metà del VII secolo a.C. da coloni Greci di Megara Hyblaea, una delle prime colonie greche di Sicilia, Selinunte raggiunse rapidamente uno straordinario sviluppo, diventando la più importante megalopoli della Sicilia Occidentale. La città fu distrutta una prima volta nel 409 a.C. dai Cartaginesi, quindi una seconda volta dai Romani nel 250 a.C., ma ciononostante continuò ad essere abitata fino al XIII secolo circa, quando il progressivo abbandono la fece sparire sotto una spessa coltre di sedimenti sabbiosi di natura eolica e sotto la fitta vegetazione costiera, fino a quando, nel 1551, venne riscoperta da un monaco domenicano di Sciacca, Tommaso Fazello, che l'aveva cercata seguendo le indicazioni dello storico Diodoro Siculo".

Fonti:
famedisud.it
lastampa.it
quotidiano.net


domenica 14 gennaio 2018

La tomba della vestale Cossinia

La tomba di Cossinia al momento della scoperta nel 1929
(Foto: Provincia in Luce
La tomba venne scoperta il 22 luglio 1929 lungo la sponda destra del fiume Aniene. Con il vicino Ponte dei Sepolcri, la tomba è quanto resta di un imponente sepolcreto romano usato fino ad epoca tarda dotato di almeno tre accessi.
Nel 1967, a cura dell'Azienda Autonoma di Cura, Soggiorno e Turismo, nell'area circostante è stata allestita una scalinata che conduce al sito. Autore della scoperta fu l'archeologo Gioacchino Mancini, funzionario della Soprintendenza di Roma. Il cippo marmoreo che ricorda la vestale fu trovato poggiante su cinque gradini posti a piramide.
Che si trattasse della tomba di una vestale è attestato dalle iscrizioni presenti sulle quattro facce. Sulla faccia settentrionale, in un'elegante corona di quercia con nastro, si legge: "V V COSSINIAE / L F / L.Cossinius / Electus", vale a dire: "alla Vergine Vestale Cossinia figlia di Lucio /Lucio Cossinio Eletto", forse un suo parente. Sul retro del monumento due iscrizioni: "Undecies senis quod Vestae paruit annis hic sita virgo, manu popoli delata, quiescit L(ocus) D(atus) S(enatus) C(onsulto)" cioè "Qui giace e riposa la Vergine, trasportata per mano del popolo, poiché per sessantasei anni fu fedele al culto di Vesta. Luogo concesso per decreto del Senato". Sulla faccia orientale è raffigurato un orciolo mentre sulla faccia opposta compare una patera, ovvero una coppa per sacrifici.
La bambola snodabile
rinvenuta vicino alla
tomba di Cossinia
(Foto: romanoimpero.it)
La tomba, risalente al I secolo d.C., era della Vestale Cossinia. Discendente da una nobile famiglia tiburtina, la gens Cossinia, la fanciulla fu destinata al sacerdozio di Vesta a Tivoli entrandovi a soli otto anni. Avrebbe dovuto fare il servizio per trenta anni ma poi, al termine di questi, decise di non tornare a casa, restando nel collegio fino agli ultimi giorni della sua vita. Morì all'età di 75 anni e la popolazione le attribuì grandi onori per la sua devozione sincera verso al cura del focolare, tanto che seguì il suo corpo fin dove fu poi cremato e sepolto.
L'archeologo Mancini nel 1929 non trovò resti umani sotto i cinque gradini, ma scavando ad occidente portò alla luce un'altra tomba con tre gradini a piramide (l'inferiore dei quali poggiato sul terzo monumento della Vestale). Vi trovò uno scheletro di fanciulla morta prima del matrimonio dai denti bianchissimi, con accanto al capo una bambola snodabile in avorio adorna di monili (al collo una collana d'oro a maglie grandi, ai polsi braccialetti tortili ed alle caviglie dei semplici fili d'oro) e un cofanetto di ambra porta gioie (oggi custoditi presso il Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo a Roma). La bambola ha l'acconciatura come l'imperatrice Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, e quindi è databile tra il II e il III secolo d.C.
Sempre al II-III d.C. si data anche il monumento funerario e di conseguenza anche la sepoltura che è a inumazione e non più ad incinerazione, come al tempo della vergine Cossinia. Il Mancini ritenne che i due monumenti fossero un'unica tomba di Cossinia: uno ad est con le ossa e l'altro ad ovest con il cippo e le iscrizioni. Fu un grossolano errore perché lo stile del cippo risale all'inizio del I secolo d.C. ed inoltre non riporta il cognomen gentilizio di Cossinia come fu abituale dalla metà del I secolo d.C.. Inoltre non fece l'esame osteologico delle ossa trovate. Sotto il cippo della Vestale Cossinia, il cui corpo dovette essere cremato, perché deceduta non dopo l'età claudia, non fu trovata l'urna con i resti mortali. Si tratterebbe, dunque, di due sepolture diverse, forse pertinenti un più vasto sepolcreto che si estendeva a valle della via Valeria, sulla riva destra dell'Aniene, all'incirca dai cunicoli gregoriani fino a Ponte Valerio.

Fonte:
tibursuperbum.it

Antica Hadria, trovato un edificio-laboratorio

Resti del porto dell'antica Hatria (Foto: Sergio Agnellini)
Maria Cristina Vallicelli, funzionario archeologo, svela i risultati e gli studi avvenuti dopo la scoperta in via Ex riformati ad Adria di una casa-laboratorio costruita prevalentemente in materiale ligneo. Nel sito sono stati rinvenuti due grandi focolari, frammenti di lastrine in argilla cotta, alcuni lingotti metallici, lisciatoi in pietra e frammenti di ossa e corno di cervo. La casa-laboratorio è stata inquadrata fra l'età tardo arcaica e classica (fine VI-V secolo a.C.).
Questa la scoperta straordinaria, individuata a quasi quattro metri di profondità da uno scavo archeologico condotto tra 2004 e 2016 dalla già Soprintendenza dei Beni Archeologici del Veneto, in via Ex riformati ad Adria. Un'indagine che ha restituito informazioni su tecniche costruttive, materiali edilizi, attività produttive e manufatti utilizzati durante la vita di tutti i giorni nell'antica Adria, la città-porto che per la sua importanza commerciale nel mondo Mediterraneo, come riferiscono le fonti dei più autorevoli autori antichi, ha dato il nome al Mar Adriatico.
Strutture portuali dell'antica Hadria (Foto: M. Cristina Mancinelli)
A svelare i risultati egli studi sulla documentazione è Maria Cristina Vallicelli, funzionario archeologo e direttore scientifico della seconda campagna di scavo, nella cornice di una conferenza organizzata dal gruppo archeologico Adriese "Francesco Antonio Bocchi" al Museo Archeologico Nazionale di Adria: "Dopo una prima ricerca diretta nel 2004 dalla Dottoressa Simonetta Bonomi, lo scavo di via Ex riformati ad Adria è stato ripreso e concluso nel 2016, preliminarmente ad un intervento di edilizia residenziale, con un importante finanziamento da parte della proprietà del terreno, che ha compreso anche una campagna di analisi diagnostiche e il restauro di alcuni reperti in legno e pellame. Il sito inquadrabile nel settore settentrionale dell'abitato antico, ha fornito dati su una stratigrafia cronologicamente molto ampia (dal VI secolo a.C. al VII secolo d.C.), un tesoro incredibile di notizie ed informazioni in buona parte ancora allo studio, di particolare interesse soprattutto in riferimento all'insediamento tardo antico e classico".
Bitte (Foto: R. Breda Archeosub Hatria)
Continua l'archeologa: "L'indagine, che è arrivata in alcuni punti addirittura a sei metri di profondità, si è svolta con non poche difficoltà data la continua risalita di acqua di falda. Le stratigrafie più basse indagate, quelle riferibili all'insediamento etrusco di VI-V secolo a.C., hanno portato alla luce i resti di una casa-laboratorio, un edificio allora impostato su un podio di limo e sabbia, delle proporzione di oltre dieci metri di lunghezza e sei di larghezza, diviso in almeno due ambienti e delimitato da canalette di scolo. L'edificio era costruito prevalentemente in materiale ligneo quale quercia, acero, olmo e frassino, con alzati impostati su travi perimetrali, pareti di graticcio rivestito di argilla, materiale fittile e tetto in legno o canne. Tale tecnica costruttiva mista permetteva la solidità dell'edificio compatibilmente con i terreni instabili e umidi su cui sorgeva l'antico centro. All'interno della casa si sono rinvenuti due grandi focolari con tracce di carboni e cenere e la presenza di pozzetti fusori che ne documentano l'utilizzo per attività metallurgiche. Lo scavo ha restituito vari manufatti: interessanti i numerosi frammenti di lastrine in argilla cotta che forse rivestivano la parte basale dei muri dell'edificio come protezione dall'umidità; da altre costruzioni, di maggiore monumentalità, dovevano invece provenire i frammenti di un'antefissa e di una cornice fittile con traccia di decorazione pittorica con motivi ad ovuli in rosso su sfondo blu. Nei piani pavimentali della casa-laboratorio, si sono rinvenuti inoltre alcuni lingotti metallici, lisciatoi in pietra e frammenti di ossa e corno di cervo con segni di lavorazione".
E ancora: "L'edificio doveva comunque essere utilizzato non solo per attività artigianali, al suo interno sono stati trovati materiali legati anche alla vita quotidiana, come alcuni frammenti di ceramica attica a figure nere ed etrusco-padana, ceramica da cucina e da stoccaggio. Eccezionali per lo stato di conservazione sono i reperti di materiale organico tra cui: un'anta in legno di frassino perfettamente conservata, probabilmente elemento di un mobile, un pezzo unico che non ha confronti, e un manufatto in pellame, entrambi in corso di restauro. Le analisi paleobotaniche - conclude la direttrice - ci aiutano a ricostruire il contesto ambientale di allora: risulta una presenza significativa di cereali (orzo e avena), canapa, piante da orto come fava, cicoria e rapa, alberi da frutto e naturalmente di aree boscate che dovevano fornire il materiale per la costruzione degli edifici. Dopo le fasi di vita che si susseguono nei primi decenni del V secolo a.C., la casa viene abbandonata forse a seguito di un dissesto idrico non traumatico, visto che prima dell'abbandono l'edificio sembra oggetto di un'azione sistematica di spoglio e asporto dei materiali che potevano essere utilizzati altrove, magari per costruire un nuovo edificio".

Fonte:
Edoardo Zambon per rovigooggi.it

sabato 13 gennaio 2018

Scoperti affreschi paleocristiani a Ferentillo

Ferentillo (Foto: Tuttoggi.info)
Nuova scoperta di Luca Tomio e Sebastiano Torlini a San Pietro in Valle. Durante la nuova campagna fotografica, realizzata dal fotografo Roberto Sigismondi, in vista della pubblicazione della guida storico-artistica della chiesa abbaziali, i due autori incaricati dal Comune di Ferentillo hanno individuato la presenza ad affresco di due figure molto importanti per il cristianesimo delle origini: la matrona romana Lucina e l'ebraica Sel Sabee (Betsabea).
"Sono figure del cristianesimo delle origini", rimarca Torlini, "la cui rappresentazione non è riscontrata in nessun altro contesto, neppure in quello catacombale romane. Sono in corso approfonditi studi per comprenderne la presenza a Ferentillo".
Queste due figure fanno parte di un lacerto degli affreschi che si trovano nella zona absidale della chiesa e che, come dice Tomio, "rimandano ad una tipologia stilistica tardo-antica/alto-medioevale che oscilla tra i mosaici ravennati di Sant'Apollinare Nuovo e quelli paleocristiani di San Pietro a Roma in gran parte perduti. Gli affreschi di Ferentillo sono comunque collocabili non oltre il IX secolo". In merito alla datazione, oltre alla scoperta in sé, questo ritrovamento si inscrive in una più ampia riconsiderazione che i due studiosi stanno compiendo nella zona dell'abside e del transetto dove, nonostante la necessità di urgenti restauri, sembrano sussistere elementi della originaria struttura longobarda: oltre alle summenzionate figure paleocristiane, sussistono anche i resti di un mosaico pavimentale e di un velario dipinto a motivi floreali e animali che fungono da cornice nella zona absidale alle lastre longobarde di Ursus reimpiegate come altare della chiesa.
Tra questi elementi non erano mai stati evidenziati né presi in considerazione dagli studi fatti finora e arricchiscono ulteriormente l'eccezionale patrimonio archeologico ed artistico della chiesa abbaziale di San Pietro in Valle di cui a breve, ad opera di Tomio e Torlini, sarà finalmente prodotta la prima guida storico-artistica.

Fonte:
spoletos.it

Alessandria d'Egitto, rinvenuta lastra tombale dipinta

La lastra tombale dipinta trovata ad Alessandria
d'Egitto (Foto: english.ahram.org.eg)
E' stata portata alla luce, ad Alessandria d'Egitto, una lapide greco-romana nei pressi del sito archeologico di al-Abd, decorata con scene e scritte su uno sfondo piano rappresentante la facciata di un antico tempio egizio. A riportarla alla luce una missione archeologica egiziana, nell'ambito di uno scavo che ha riguardato una necropoli greco-romana. Il sito di el-Abd cade all'interno del cimitero ellenistico situato sulla riva del mare prospiciente Alessandria d'Egitto.
Tra i resti recuperati all'interno della sepoltura vi sono vasi per offerta, lampade decorate con scene tipicamente egiziane e raffigurazioni di divinità greco-romane. L'elemento più importante è sicuramente la pietra tombale, utilizzata una volta per chiudere uno dei pozzi di sepoltura del cimitero. La pietra è decorata con scene e iscrizioni ed è costituita da una miscela di sabbia e calce. Su un fondo piatto è raffigurata la facciata di un antico tempio egizio. Una scala conduce ad una serie di doppie porte, una delle quali semiaperta e con una decorazione raffigurante il disco solare alato.
Ayman Ashmawy, responsabile del settore di antichità egizie ha affermato che questa lapide rappresenta un'evoluzione dell'idea di una falsa porta che doveva trarre in inganno i ladri, tenendoli lontani dalla porta vera della tomba. La lapide, purtroppo, è in pessime condizioni ed è attualmente in fase di restauro.

Fonte:
english.ahram.org.eg

Perù, scoperte due stanze cerimoniali

La ricostruzione del volto della cosiddetta Lady Cao, sovrana Moche
il cui corpo tatuato è stato rinvenuto in Perù (Foto: news.yahoo.com)
Gli archeologi hanno scoperto due stanze utilizzate per cerimonie politiche sulla costa desertica del Perù. Le stanze risalgono a più di 1500 anni fa ed in precedenza erano state raffigurate solo su alcuni reperti dell'antico popolo Moche. Il ritrovamento è avvenuto nei pressi del complesso archeologico di Limon, nella regione di Lamayeque e si pensa possa fornire utili informazioni sulla vita sociale e politica dei Moche prima della desertificazione della zona.
Una delle due stanze, dotata di un trono, sicuramente doveva ospitare un personaggio di elevata condizione sociale durante elaborate festività. L'altra stanza ha un podio circolare, probabilmente utilizzato per dei proclami. Gli eventi che si svolgevano in questa stanza dovevano essere di notevole importanza, poiché sono stati più volte raffigurati sulle ceramiche Moche.
La cultura Moche era piuttosto complessa e prosperò in Perù molto tempo prima del sorgere dell'impero Inca. Era stanziata in una striscia desertica a ridosso della costa, resa fertile e abitabile grazie a canali di irrigazione. I Moche erano noti per l'elaborata lavorazione dell'oro e per le sculture che rappresentavano diversi atti sessuali.
Secondo alcuni ricercatori il crollo della cultura Moche fu dovuta ad un evento climatico disastroso, paragonabile a El Nino che ancora oggi provoca grandi inondazioni nel nord del Perù. La costruzione appena scoperta sembra essere stata abbandonata intorno al V secolo d.C. Si pensa che anche le donne Moche ricoprissero importanti incarichi in ambito religioso e politico. Lo scorso anno gli archeologi hanno mostrato al mondo una ricostruzione del volto di un'antica sovrana Moche, soprannominata Lady Cao, il cui corpo, ricoperto da tatuaggi, era stato sepolto con armi ed oggetti d'oro.

Fonte:
reuters.com

Tel Edfu e Kom Ombo, continuano le scoperte

Statua in arenaria di un uomo seduto trovata a Kom Ombo
(Foto: english.ahram.org.eg)
Gli archeologi egiziani ed americani hanno scoperto un complesso amministrativo faraonico appartenente alla V Dinastia a Tel Edfu, in Egitto, e due stele di epoca tolemaica nei pressi del tempio di Kom Ombo.
La missione congiunga egiziano-americana ha operato nei pressi del sito di Tel Edfu per riportate alla luce il complesso risalente al 2500-2350 a.C. Le prove più antiche ritrovate finora nel sito risalivano alla seconda metà della VI Dinastia (2350-2180 a.C.). Secondo l'archeologa Nadine Moeller, responsabile della missione americana, il complesso è una testimonianza delle spedizioni reali organizzate durante la V Dinastia dal faraone Djedkare Isesi.
Frammento della stele trovata a Kom Ombo (Foto: Edfu Project)
Sono stati trovati anche dei bolli appartenenti a questo faraone impressi su mattoni di fango all'interno del complesso appena scoperto che venne utilizzato anche come magazzino per lo stoccaggio di rame che si estraeva dalle miniere di Wadi al-Maghara, nel Sinai meridionale. Il faraone Isesi è stato anche colui che ordinò la spedizione a Punt, antico regno nel Corno d'Africa, per importare merce non reperibile in Egitto.
Nel sito è stato trovato anche un elenco ufficiale contenente i nomi dei lavoratori che hanno partecipato alla spedizione e allo scavo delle miniere di rame. Tra essi vi è il nome di un capo operaio chiamato Sementio. Sono stati trovati anche vasellame nubiano e conchiglie originarie del Mar Rosso.
Nel frattempo una missione archeologica egiziana che sta lavorando al tempio di Kom Ombo ad Assuan, ha scoperto antichi manufatti sul lato occidentale del tempio. Questi manufatti includono una stele di pietra calcarea raffigurante un uomo e sua moglie che presentano delle offerte ad una divinità seduta. La stele è mancante della parte superiore sinistra. Oltre alla stele sono state trovate una statua in pietra arenaria che raffigura un uomo seduto e due statue, ugualmente in arenaria, del dio Horus sotto forma di falco, mancante di iscrizioni.

Fonte:
english.ahrama.org.eg

Siberia, scoperto un kurgan principesco

Il kurgan Tunnug 1, costruito, come altri, su un terrazzamento
(Foto: newsweek.com)
In Siberia gli archeologi hanno scoperto un antico kurgan, la tomba di un principe scita, che sembra essere il più antico e il più grande del suo genere rinvenuto nella Siberia meridionale.
L'archeologo svizzero Gino Caspari, dell'Università di Berna, ha identificato la struttura circolare mentre stava esaminando le immagini satellitari ad alta risoluzione della valle del fiume Uyuk, in Siberia, ed ha subito intuito che quel che vedeva poteva essere un kurgan. Con la collaborazione dei ricercatori dell'Accademia Russa delle Scienze e del Museo Statale Ermitage, Caspari ha pertanto effettuato uno scavo preliminare nel corso dell'estate 2017, che ha rivelato l'antica sepoltura, così come aveva intuito l'archeologo.
La sepoltura, chiamata Tunnug 1, si trova in una palude della Siberia meridionale e rientra nel territorio della Repubblica Russa di Tuva. La datazione è stata fissata da Caspari a circa 3000 anni fa, tra l'Età del Bronzo e l'Età del Ferro, quando radicali cambiamenti sociali hanno cominciato a dare origine ad una cultura nomade. Tunnug 1, secondo Caspari, offre ai ricercatori la grande opportunità per conoscere meglio questo periodo della storia eurasiatica.
Il fatto che la sepoltura si trovi in una palude potrebbe spiegare il perché abbia attraversato i secoli relativamente indisturbata. La valle del fiume Uyuk è dotata di uno strato sotterraneo di permafrost, per cui in estate, niente di quello che si trova sopra di esso si scongela e marcisce. Sotto questo strato, però, tutto è letteralmente congelato nel tempo.
Caspari confida di trovare degli oggetti, all'interno della sepoltura, in eccezionale grado di conservazione grazie al permafrost; oggetti quali sculture in legno ed elementi di abbigliamento, che potrebbero restituire vivacità alla storia del passato di questa terra.

Antiche fortezze scozzesi

I resti dell'antica casa-fortezza trovata nei boschi scozzesi
(Foto: heraldscotland.com)
In Scozia gli archeologi stanno effettuando ricerche e scavi su alcune rovine che si ritiene appartengano all'Età del Ferro, 2400 anni fa. Si pensa che si tratti di una fortezza o della residenza di un capo locale.
Il sito è conosciuto grazie ad indagini aeree risalenti al 1940, ma è stato a lungo dimenticato, finquando dei taglialegna lo hanno riscoperto durante lavori di ripulitura del terreno. Ora gli archeologi stanno operando per svelare il mistero che avvolge la struttura, che sembra essere stata distrutta da un violento incendio per ben due volte e per due volte ricostruita, per poi essere definitivamente abbandonata.
Una macina per granaglie trovata nei pressi delle rovine
scozzesi (Foto: heraldscotland.com)
La totale mancanza di manufatti fa pensare che questa struttura sia stata utilizzata dai primi abitanti della Scozia come rifugio durante i periodi di conflitti interni. Le rovine si trovano su una collina conosciuta come Comar Wood a Strathglass, non lontano da Inverness. Il luogo è stato parzialmente deforestato per poter mettere bene in luce i resti di questa sorta di fortezza-abitazione, emersi insieme ad altre quattro strutture e ad un grande muro difensivo.
Si pensa che la struttura sia stata in uso per 600 anni, in un momento storico in cui la Scozia era sostanzialmente una società tribale, con comunità sparse su tutto il territorio. La dimora sorge a guardia di una fertile vallata e probabilmente era inizialmente adibita a residenza di un capo locale. In seguito, dopo essere stata conquistata da una tribù limitrofa, è stata adibita a fortezza e come tale riadattata con mura difensive.
Gli archeologi hanno rintracciato segni di lavorazione dei metalli e pietre per la macinazione delle granaglie. Poco rimane per dare una fisionomia storica a chi ha abitato un tempo questo edificio e la mancanza di tracce di legno fa pensare che la struttura sia stata utilizzata di rado.

Fonte:
heraldscotland.com

Civiltà mesoamericane sterminate dalla Salmonella

Fu la febbre tifoide , scatenata da un ceppo letale di Salmonella , a sterminare le popolazioni indigene di Messico e Guatemala dopo l&...