mercoledì 20 settembre 2017

Novità da un antico palazzo minoico sull'isola di Creta

Uno dei reperti del palazzo di Zominthos a Creta
(Foto: greece.greekreporter.com)
Il Ministero della Cultura greco ha pubblicato nuove immagini dei reperti recuperati dal palazzo minoico di Zominthos di Psiloritis, sull'isola di Creta. Si tratta di un palazzo sotterraneo, scoperto nel 1980, che, nel corso dello scavo di quest'anno, ha rivelato molti dei suoi segreti, tra i quali una rara moneta dell'epoca di Marco Aurelio.
Il palazzo minoico venne costruito ad un'altitudine di 1.200 metri ed ha rivelato agli archeologi grandi corridoi sui quali erano stati un tempo eretti i piani superiori con colonne, pilastri e lussuose pavimentazioni. Tra le rovine del palazzo sono stati rinvenuti veri e propri capolavori della metallurgia dell'epoca. L'edificio venne utilizzato prima dai Micenei e poi dai Romani.
Sono stati riconosciuti, nella struttura, due nuovi ingressi, uno dei quali all'angolo nordorientale, particolarmente elaborato, con un'anticamera, dal quale si accede a un grande santuario dislocato nell'area orientale, del quale è stato scoperto un altare. Gli scavi recenti hanno messo in luce una scala interna e pareti alte fino a tre metri. Le scale conducevano ai piani superiori, dotati di colonne o pilastri. Qui sono stati rinvenuti pavimenti in calcare e ciottoli.
Sono stati trovati anche alcuni sigilli, tra i quali uno che rappresenta un nodo, un pendolo a forma di artiglio e una parte di vaso con decorazione a rilievo rappresentante un piccolo suino. Disegni raffiguranti quest'animale sono stati rinvenuti nei santuari dell'Età del Rame di Festo e di altre località, e sono stati associati al culto di Zeus Creaceo. A questi oggetti si sono aggiunti un piccolo scarabeo in bronzo, imitazione del più "famoso" scarabeo egizio, un sigillo e molte conchiglie marine a significare che qui era venerata una divinità che aveva a che fare con il mare.

Sicilia, la dedica del ginnasiarca...

Il frammento di Centuripe (Foto: archeosicilia.blogspot.it)
La dedica di un istruttore di palestra speciale è stata trovata tra le case del centro storico di Centuripe, nascosta in una parete. Un frammento di una lastra di calcare locale con iscrizione databile al II secolo a.C., racconta un pezzo della vita quotidiana della cittadina greca.
E' stato il giovane Alessandro Barbagallo a trovare il reperto murato nella parete di un'abitazione e riutilizzata come materiale da costruzione. Una volta scoperta l'iscrizione, ha immediatamente contattato il presidente della sede SiciliAntica di Centuripe, Giordana La Spina.
Per accertare l'interesse archeologico della scoperta è stata interpellata la Prof.ssa Antonietta Brugnone, già titolare della cattedra di Epigrafia Greca presso l'Università degli Studi di Palermo e tra i massimi esperti a livello nazionale, che ha stabilito che "l'iscrizione si svolgeva su almeno cinque linee di scrittura. Si tratta della dedica di un ginnasiarca (o più ginnasiarchi) alle divinità protettrici del ginnasio, Hermes ed Eracle". Circa settant'anni fa, a poche decine di metri dal rinvenimento recente, fu trovato un frammento in marmo con analoga iscrizione, il che fa pensare  all'esistenza di un luogo di culto ancora tutto da scoprire e da studiare.
Il ginnasiarca era il capo del ginnasio, un'istituzione che costituiva il centro del sistema educativo greco. Nel ginnasio i giovani, divisi per classi di età, si esercitavano in varie discipline sportive (corsa, lancio del disco e del giavellotto, pugilato) e nelle arti militari, partecipavano ad attività sociali, agoni, cerimonie religiose, frequentavano le lezioni degli insegnanti di materie letterarie e musica. Il ginnasiarca era un personaggio di spicco all'interno della comunità che, nell'esercizio del suo mandato, doveva governare il personale addetto agli edifici e coordinare l'opera dei maestri delle varie discipline o, nei centri più piccoli, sostituirsi ad essi. In Sicilia le fonti letterarie ed epigrafiche documentano l'istituto della ginnasiarchia a Solunto, Segesta, Lilibeo, Agrigento, Licata, Haluntium, Tindari, Civita di Paternò, Centuripe, Tauromenio, Acrae, Noto, Eloro, Siracusa.

Fonte:
archeosicilia.blogspot.com

Necropoli e domus nel centro di Lucca

Gli scavi della necropoli e della domus di Lucca (Foto: lagazzettadilucca.it)
Il sottosuolo di Lucca non smette di svelare sorprese. Sono, infatti, venute alla luce, in Piazza Santa Maria Corteorlandini, in pieno centro storico, i resti di una necropoli del VI secolo d.C. e di una domus romana del II secolo d.C., a pochi giorni di distanza l'una dall'altra. Nella zona erano state già intercettate sei sepolture del XII-XIII secolo, che si riferivano alla vicina chiesa di Santa Maria Nera, probabilmente edificata nel 1188.
Dopo il ritrovamento delle sei sepolture, è emersa nell'area una necropoli, della quale sono state riportate alla luce 34 sepolture, delle quali 24 risalenti al VI secolo d.C.. Il ritrovamento è di grande interesse perché fornirà sicuramente elementi ulteriori alla storia del periodo longobardo della città. Le sepolture appartengono sia a bambini che ad individui più anziani, l'80 per cento dei quali è di sesso femminile. Alcuni scheletri sono stati rinvenuti sopra i muri della domus, come se questi fossero stati riutilizzati come dei sarcofagi.
La necropoli si era praticamente "insediata" su una precedente domus romana del II secolo d.C., costituita da quattro ambienti, delimitati da muri alti 80 cm e rivestiti di intonaci di colore azzurro e rosso "pompeiano". Uno degli ambienti, con il pavimento in laterizi, sembra essere stato parte di un complesso termale.
La particolarità del ritrovamento è dovuta allo stato di conservazione della domus, in particolare dei pavimenti in opus signinum (una tecnica edilizia che prende il nome dall'antica città di Signa, oggi Segni), per cui si utilizzava il cocciopesto (una miscela di frammenti di tegole e anfore impastati con calce e battuti) allo scopo di proteggere gli ambienti dall'umidità e di renderli impermeabili. Si conserva, ben visibile, la soglia di ingresso in marmo, con gli alloggiamenti dei battenti.

Fonti, liberamente tratto da:
lagazzettadilucca.it
luccaindiretta.it

venerdì 15 settembre 2017

Vindolanda, trovate due spade romane

Una delle due spade ritrovate a Vindolanda (Foto: Vindolanda Trust)
Due spade romane e due spade giocattolo in legno, simili, queste ultime, a quelle comunemente vendute nei negozi di souvenir, risalenti a 2000 anni fa, sono stati scoperti a Vindolanda, in Gran Bretagna. Sia le spade che i giocattoli sono stati rinvenuti durante lo scavo di una caserma di cavalleria romana a Vindolanda, vicino al Vallo di Adriano.
Un delle due spade aveva la punta ricurva ed era quel che oggi sarebbe un fucile che non funziona correttamente. La seconda spada non aveva manico, pomo o fodero ma aveva la lama intatta ed è stata trovata poco distante dalla prima arma. Accanto vi erano due spade giocattolo in legno. Altri oggetti ritrovati nell'antico forte romano sono cuoio, coltelli, spille, punte di freccia e bulloni per le baliste. Si ritiene che i reperti risalgano al 120 d.C., quando il forte ospitava una popolazione di circa 1.000 persone.

Fonte:
bbc.com

Turchia, trovato un antico biberon...

Il biberon trovato in Turchia (Foto: AA)
Una sorta di biberon di 2000 anni fa è stato scoperto nella provincia di Canakkale, in Turchia. La scoperta è avvenuta durante i lavori di scavo nell'antica città ellenistica di Parion. Hasan Kasaoglu, membro del team di scavo dell'antica città di Parion nonché professore associato del dipartimento di archeologia dell'Università di Ataturk, ha affermato che l'antico biberon aveva un solo manico ed un beccuccio utilizzato come ciuccio.
Secondo l'archeologo, questi biberon si trovano solitamente nelle sepolture di bambini come parte del corredo funebre. Ha aggiunto che questi oggetti erano comunemente utilizzati durante la vita di tutti i giorni. Questi biberon avevano solitamente una capacità pari a 50-100 millilitri ed erano fatti in modo tale che un bambino poteva sia bere qualsiasi liquido che assumere cibo attraverso essi. Sono tutti fatti con argilla modellata e poi cotta.

Turchia, scoperti edificio e cimitero protocristiano

L'edificio scavato in Turchia (Foto: DHA)
Dopo due anni di scavo gli archeologi hanno portato alla luce una costruzione multilivello nella provincia meridionale di Antalya, in Turchia. I lavori di scavo nel distretto di Demre, precedentemente chiamata Myra, sono stati portati avanti per 27 anni, gli scavi più recenti sono stati condotti da un team guidato dal Professor Sema Dogan, della Hacettepe University.
All'ingresso è stato rinvenuto un cimitero piuttosto antico. Due delle sepolture sono state aperte, rivelando la presenza dei resti di otto persone, probabilmente sacerdoti o religiosi. Sulle pareti delle tombe, inoltre, sono state scoperti degli affreschi che si ritiene rappresentino Gesù Cristo, Maria e San Nicola. Un gruppo di antropologi stanno studiando le incisioni trovate sulle pareti.
San Nicola, conosciuto anche come Nikolaos di Myra, era un santo cristiano vissuto nel IV secolo d.C., che fu anche vescovo di Myra, situata sulla costa mediterranea meridionale dell'attuale Turchia. E' la figura alla quale si è ispirata la leggenda di Babbo Natale.

Fonte:
Daily Sabah

Il Signore di Wakà, scoperta una tomba maya in Guatemala

La sepoltura del governatore di Wakà (Foto: Proyecto Arqueològico Wakà
and Ministry of Culture and Sports of Guatemala)
La tomba di un governatore maya è stata scavata questa estate presso la città maya di Wakà, nel nord del Guatemala. Si tratta della più antica tomba reale ancora da scoprire nel sito. I Maya veneravano come divinità i loro governatori e li consideravano ancora vivi dopo la morte, è quanto ha affermato il Professor David Friedel, della Washington University di St. Louis.
La sepoltura è stata provvisoriamente datata, in base alle ceramiche in essa rinvenute, al 300-350 d.C., il che la rende la più antica tomba reale finora conosciuta nella regione nordoccidentale di Petén, nel Guatemala. Precedenti ricerche sul sito hanno rivelato l'esistenza di sei tombe reali e di una sepoltura sacrificale risalenti ad un periodo compreso tra il VI e il VII secolo d.C.. Wakà si trova a circa 40 km dal famoso sito maya di Tikal, vicino al fiume San Pedro Martir, nel Parco Nazionale di Laguna del Tigre. Nel periodo classico questa città reale dominava le principali rotte commerciali che correvano da nord a sud e da est ad ovest.
La maschera funebre del governatore di Wakà
(Foto: Proyecto Arqueològico Wakà and
the Ministry of Culture and Sports of
Guatemala)
La dinastia Wak, alla quale la tomba appena scoperta appartiene, è stata una delle prime dinastie maya conosciute e si pensa che si sia stabilita sul territorio guatemalteco intorno al II secolo d.C.. Il governatore/sovrano rinvenuto nella sepoltura, identificato come un uomo adulto, non era accompagnato da reperti con iscrizioni, per cui non si conosce il suo nome.
L'identificazione della tomba come reale è basata sulla presenza di una maschera in giada raffigurante il defunto con le sembianze del dio del mais. Normalmente i maya erano quasi tutti ritratti con queste sembianze. Vi è presente un solo simbolo, una croce greca, che ha il significato di "giallo" ma anche di "prezioso", nell'antico idioma dei maya. Questo simbolo è associato al dio del mais. Una maschera analoga venne scoperta a Tikal nel 1960, in una tomba maya risalente al I secolo a.C.
Tra le offerte funebri dell'importante personaggio figurano 22 vasi in ceramica, conchiglie Spondylus, ornamenti di giada e un ciondolo forgiato a forma di coccodrillo. I resti mortali del governatore, così come alcuni ornamenti e la maschera, sono stati dipinti in un luminoso color rosso. La sepoltura è stata riaperta almeno una volta, nel 600 d.C., ed è possibile che proprio in quest'occasione le ossa del defunto siano state dipinte di rosso.

Fonte:
Washington University in St. Louis

martedì 12 settembre 2017

Il terremoto di Norcia e...San Benedetto

L'affresco raffigurante San Benedetto rinvenuto nella omonima basilica di Norcia
(Foto: Ansa.it)
Ritrovato l'affresco più antico della Basilica di San Benedetto di Norcia. "Si tratta di una decorazione raffigurante proprio San Benedetto, è venuto alla luce con i crolli del terremoto e l'abbiamo potuto vedere meglio solamente ora che si sta procedendo allo smontaggio delle mura pericolanti del transetto", spiega, all'ANSA, Marica Mercalli, soprintendente alle Belle arti per l'Umbria.
"Una decorazione molto importante che avevamo intravisto e documentato già a marzo nel corso di sopralluoghi all'interno della Basilica. Inoltre era stato lo stesso priore padre Benedetto a segnalarci la presenza di questo affresco che oggi possiamo ammirare in tutta la sua bellezza", aggiunte Mercalli.
Ed è stato lo stesso priore dei monaci benedettini a confermare alla soprintendenza che quell'immagine era riapparsa solo dopo il sisma.

Fonte:
Ansa.it

Un denario che potrebbe cambiare la storia

Il denario di Tito del settembre del 79 d.C. (Foto: napoli.repubblica.it)
Una moneta che cambia la storia dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: un denario di Tito, che i numismatici datano al settembre del 79 d.C., un mese dopo l'eruzione che da sempre viene fissata al 24 agosto. E' uno dei pezzi della mostra "Tesori sotto il lapillo" aperta fino al 31 maggio all'Auditorium degli Scavi.
La morte di Pompei, dunque, non sembra più potersi datare al 24 agosto del 79 d.C., ma un mese - se non due - dopo. E' una teoria sulla quale si discute da tempo e una delle prove è proprio questo denario romano, uno dei 175 d'argento (accanto ai 40 d'oro) ritrovati nel "tesoretto" di un pompeiano in fuga.
E' un suo particolare che fa discutere gli studiosi e gli archeologi: accanto al volto dell'imperatore Tito (79-81 d.C.), sul soldo appare la scritta "Imp XV", che sanciva la quindicesima acclamazione imperiale del "princeps". Un rinnovo che avvenne solo nel settembre del 79 d.C., quindi dopo la canonica eruzione del Vesuvio. La moneta, assieme a un'altra quarantina di reperti, per anni stipati nei depositi della Soprintendenza e del Museo Archeologico di Napoli, sono al centro di "Tesori sotto i lapilli", mostra appena inaugurata nell'Antiquarium degli Scavi e visitabile fino al 31 maggio 2018.
Il bracciale d'oro che dà nome all'omonima casa (Foto: napoli.repubblica.it)
Al centro dell'esposizione, a cura del direttore generale della Soprintendenza Massimo Osanna e dell'archeologa Luana Toniolo, un'area degli scavi chiusa al pubblico: l'Insula occidentalis, paradiso residenziale nel I secolo a.C. per raffinati signori. Quei quattro terrazzamenti che degradavano sul mare, con domus costruite sopra le mura della città, costituivano un belvedere privilegiato su tutto il golfo. La mostra presenta decorazioni provenienti da due delle residenze più rappresentative del quartiere, quella di Marco Fabio Rufo e quella attigua, che deve il suo nome a un sontuoso bracciale d'oro, ritrovato al polso di una delle vittime lì sepolte dall'eruzione. E' un'armilla dal peso di 610 grammi, raffigurante due teste di serpente che reggono un disco con il volto di Selene, dea della Luna. "Questa mostra - spiega Osanna - riguarda un'area di grande fascino, che rappresenta un aspetto importante del gusto pompeiano".
I calchi in gesso degli sfortunati abitanti della Casa del Bracciale d'Oro
(Foto: napoli.repubblica.it)
L'Insula occidentalis è una zona "chiusa per troppo tempo - aggiunge il direttore - ma che nel giro di un anno e mezzo potrà aprire ai visitatori: il Grande Progetto Pompei prevede, infatti, un piano già chiuso e presto a gara, per tracciare un percorso all'interno del settore". Si prevede il restauro di domus, la riproposizione dei loro giardini e un percorso per disabili in collaborazione con l'Università Federico II di Napoli.
La sala principale dell'Antiquarium presenta il ninfeo staccato dal triclinio della Casa del Bracciale d'Oro (a lungo studiata dagli archeologi del Suor Orsola Benincasa). E' composto da conchiglie e pasta vitrea colorata: un'opera di artigianato eccelso, che si accompagna ai due affreschi laterali del triclinio, raffiguranti rispettivamente le nozze di Alessandro Magno con Roxane e Arianna abbandonata a Nasso da Teseo.
Ancora: spiccano anfore, ampolle, una caldaia, lucerne e tavoli di bronzo, una meridiana e il sigillo di Marco Fabio Rufo, così come un sovraporta affrescato con una menade, rubato nel 1975 e recuperato nel 2008 dal Comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale. Bellezza e ricchezza danno n'idea dei soggiorni e dei giardini a cui appartenevano, che includevano anche affreschi in trompe l'oleil, uno dei quali è conservato a Boscoreale.
Tra disegni, foto degli scavi e video interattivi, una bacheca è dedicata ai calchi di quattro pompeiani (due adulti maschi e due bambini), rinvenuti in un sottoscala della Casa del Bracciale d'Oro. Si ritiene che fossero una famiglia o dei servitori in cerca di riparo. Accanto a loro fu ritrovata un'altra vittima, proprio quella che indossava il bracciale.

Fonte:
napoli.repubblica.it/cronaca

lunedì 11 settembre 2017

Giordania, minisilos rituali di stoccaggio

Il modello di silos per il grano trovato a Tel Tsaf (Foto: Yosef Garfinkel)
Scoperto a Tel Tsaf, nella Valle del Giordano, un tipo unico di recipiente che testimonia i primordi dell'agricoltura nel Vicino Oriente antico. Si tratta di un contenitore di 7200 anni fa, utilizzato per immagazzinare ritualmente gli alimenti. Una sorta di silos in miniatura.
Il contenitore in ceramica è testimone di un particolare uso religioso e forse politico della conservazione degli alimenti nel Vicino Oriente, secondo i ricercatori dell'Università di Haifa e dell'Istituto Archeologico tedesco di Berlino. Il contenitore è decorato con sfere rosse ed è unico nel suo genere sia dal punto di vista del periodo storico che dal punto di vista geografico.
Il vaso è stato trovato in frantumi due anni fa, in una stanza che sembra collegata ad una sepoltura complessa contenente un numero senza precedenti di semi di grano ed orzo antichi di duemila anni. Recentemente il vaso è stato riassemblato e si pensa che possa essere stato un modello per contenitori più grandi, un oggetto rituale, insomma.
Le prove dell'esistenza di depositi di grano rituali sono stati scoperti in altre antiche società vicino orientali, come l'antico Egitto e la Mesopotamia. Tuttavia il contenitore appena scoperto è più antico di questi ultimi. Il vaso di Tel Tsaf è la prova del collegamento tra i depositi di cibo su larga scala e l'esistenza di un rituale legato alla conservazione dei prodotti agricoli.
L'insediamento di Tel Tsaf, vicino al fiume Giordano e situato nell'attuale Giordania, risale al 5400-4700 a.C. Il sito, secondo i ricercatori, offre le condizioni ideali per studiare i cambiamenti nelle economie familiari e la complessità sociale emergente durante le fasi formative del Tardo Calcolitico. Il sito venne identificato nel 1940 durante l'indagine archeologica nella Valle di Beit She'an. Il primo scavo dettagliato è avvenuto tra il 1978 e il 1980 ed ha rivelato due periodi di occupazione del sito: il Neolitico e il Calcolitico precoce. Un'altra serie di scavi è stata portata avanti tra il 2004 e il 2007 ed ha portato alla scoperta di prove di insediamento del Medio e Tardo Calcolitico precoce.
Gli scavi attuali sono stati iniziati nel 2013, quali progetto congiunto multidisciplinare tra l'Istituto Zinman di Archeologia dell'Università di Haifa e il reparto di archeologia euroasiatica dell'Istituto Archeologico tedesco di Berlino.

Fonte:
timesofisrael.com

Il guerriero vichingo che era, in realtà, una guerriera...

Disegno di Evald Hansen basato sugli scavi di Hjalmar Stolpe della
tomba trovata a Birka nel XIX secolo
Per più di un secolo, archeologi e storici hanno ritenuto che i resti sepolti insieme ad armi e cavalli in una delle più spettacolari tombe scoperte nella città svedese di Birka, appartenessero ad un uomo. Ora i test di osteologia e sul Dna hanno rivelato che si tratta di una donna guerriera, probabilmente tenuta in molta considerazione. Forse, addirittura, una personalità dominante in campo militare.
Si tratta di una donna vichinga di età intorno ai 30 anni, alta appena 170 centimetri. Con lei sono state sepolte diverse armi: una spada, un'ascia, una lancia, delle frecce, un coltello da battaglia, scudi e due cavalli. In grembo le era stato deposto una sorta di gioco per studiare le tattiche e le strategie di guerra, ad indicare che si trattava di un potente leader militare, che aveva partecipato e aveva progettato diverse campagne militari.
La tomba di Hedenstierna-Jonson, definita come la tomba dell'ultimo guerriero vichingo, venne scoperta e scavata dall'archeologo svedese Hjalmar Stolpe alla fine del XIX secolo. Per la presenza di armi venne dato per scontato che si trattasse di una sepoltura maschile, ma pochi anni fa Anna Kjellstrom, stimata professoressa dell'Università di Stoccolma, ha notato, analizzando i resti, che qualcosa non tornava. Gli zigomi erano troppo sottili per essere quelli di un uomo e le ossa delle anche erano tipicamente femminili. L'analisi osteologica ha confermato i sospetti della studiosa e la successiva analisi del Dna ha confermato che "il guerriero" vichingo era, in realtà, una donna.
Anche se si conoscono le sepolture di alcune donne vichinghe complete di armi, finora non era mai stata scoperta o individuata la sepoltura di una donna guerriera di questa popolazione. La donna appena "riconosciuta" era sicuramente molto esperta nell'arte della guerra e aveva, probabilmente, preso parte a numerose battaglie.

Fonte:
thelocal.se

Novità da un antico palazzo minoico sull'isola di Creta

Uno dei reperti del palazzo di Zominthos a Creta (Foto: greece.greekreporter.com) Il Ministero della Cultura greco ha pubblicato nuove ...