domenica 23 luglio 2017

Russia, mummia medioevale e lastre di rame

La sepoltura dell'uomo di Zeleny Yar (Foto: Alexander Gusev)
Una mummia perfettamente conservata di un adulto, ricoperto di lastre di rame dalla testa ai piedi, è stata scavata nel nord della Russia. A fianco di quella dell'adulto giaceva la mummia di un bambino. Potrebbe trattarsi di sepolture medioevali. I resti sono stati trovati vicino Zeleny Yar, sito archeologico della regione autonoma di Yamalo-Nenets.
Nel sito, quest'anno, sono state già scavate dieci sepolture, cinque delle quali integre. Le mummie appena ritrovate erano avvolte in corteccia di betulla e tessuto spesso. L'adulto era alto circa 170 centimetri ed erano state disposte, sul suo corpo, lastre di rame dalla testa ai piedi. Il bambino aveva meno di un anno, al momento della morte e sembra essere stato ricoperto dai frammenti di un calderone di rame.
Le mummie sono state inviate ad un laboratorio perché possa analizzarle con maggiore cura senza rovinare i tessuti dai quali sono ricoperti. I ricercatori pensano di sottoporre entrambe le mummie a Tac per verificarne la condizione fisica e per capire se, all'interno del tessuto che le fascia, si nascondano dei manufatti.
Le mummie di Zeleny Yar, vicine al circolo polare artico, sono state sepolte tra il VI e il XIII secolo d.C.. Già nel 2013-2017 gli archeologi russi hanno individuato e scavato 47 sepolture. Nel 2015 è stata riportata alla luce la mummia di un ragazzino di appena sette anni, sepolto nel XIII secolo avvolto in un sudario di pelliccia e corteccia di betulla, con una piccola ascia di bronzo.

Despotiko, continuano gli scavi e i ritrovamenti

Gli scavi sull'isola di Despotiko (Foto: Ministero della Cultura)
Nuovi edifici sono venuti alla luce durante i lavori di scavo e di restauro condotti dal 30 maggio al 7 luglio 2017 presso il Santuario di Apollo sulla disabitata isola greca di Despotiko, ad ovest di Antiparos.
I risultati di questa stagione di scavo sono considerati estremamente importanti per la topografia del Santuario. Tra i risultati conseguiti in quest'anno, il recupero di un frammento di marmo di una statuina raffigurante Kore, risalente al periodo arcaico; parte del piedistallo con piede di un kouros arcaico e un frammento della gamba di quest'ultimo.
Frammento di statua di Kore
(Foto: Ministero della cultura)
Gli scavi sistematici a Despotiko sono iniziati nel 1997 ed hanno portato alla scoperta di uno dei più significativi siti archeologici delle Cicladi. Gli scavi sono diretti dall'archeologo Yannis Kouragios, dell'Eforato delle Antichità delle Cicladi e si sono focalizzate sul complesso edilizio parzialmente esplorato nel 2016 (a sud del Santuario arcaico). Quest'anno sono emerse otto nuovi ambienti sui lati sud ed ovest del complesso, ma non sono stati ancora individuati i confini dell'edificio.
Il complesso monumentale è composto da 12 camere disposte su 180 metri quadrati. Le dimensioni delle stanze sono molto variabili ma tutte sono orientate con ingresso a sud. Probabilmente alcune non erano nemmeno stanze ma spazi aperti quali cortili o vestiboli.
Sulla base dei risultati (abbondante ceramica di età arcaica e classica) e alcuni elementi architettonici, si ritiene che il complesso abbia avuto le funzioni di archivio, oltre che quelle di santuario. Quest'ultimo, vista l'affluenza crescente di pellegrini, venne continuamente ampliato fino al IV secolo a.C.. Gli scavi hanno interessato anche edifici non appartenenti al Santuario. E' stata anche completata l'indagine dell'edificio cosiddetto B, già scavato dal 2007 al 2013. Le fasi di utilizzo dello stesso risalgono ad un periodo compreso tra il VII secolo a.C. ed il tardo VI secolo a.C.
All'estremità nordorientale dell'isola, vicino alla riva, è stato individuato un altro edificio di 4,40 x 4,30 metri. Di esso si conservano solo le fondamenta, la sua posizione e la sua pianta suggeriscono che fungeva da osservatorio o torre. Sono state ritrovate qui lampade e 30 frammenti di ceramica, cocci di anfore e kylikes, frammenti di crateri a figure rosse con raffigurazioni di uomini giovani nudi, lekanes, brocche, contenitori per il sale e molti oggetti metallici (chiodi, bulloni, ganci).

Fonte:
Archaiologia Online

Taranto, tracce antiche da acquedotti moderni

Uno dei reperti rinvenuti negli scavi di Taranto
(Foto: mediterraneoantico.it)
Durante i lavori effettuati dall'Acquedotto Pugliese per il risanamento e la manutenzione delle reti idriche nel centro di Taranto, tra il 2016 e il 2017, per sostituire vecchie tubazioni con nuove di maggior diametro, per una lunghezza complessiva di 3,7 chilometri, sono emersi importanti reperti di interesse archeologico.
Questo non dovrebbe stupire vista la straordinarietà storico-archeologica della città, ma i resti rinvenuti sono assolutamente da considerare di notevole pregio. I materiali sono relativi soprattutto alla necropoli greca e romana, con sepolture di tipologia varia che si datano tra il VI e il I secolo a.C.. Sono emerse, infatti, sepolture a semicamera, a sarcofago, a fossa, con i relativi corredi funerari. Ulteriori ritrovamenti sono riconducibili anche ad attività artigianali nell'area grazie alla scoperta di fornaci per la cottura dell'argilla databili al II secolo a.C., poi pozzi obliterati in periodi diversi (dall'età arcaica a quella ellenistica) e antichi tracciati viari in cocciopesto. Gli esperti sono già al lavoro per il restauro e la catalogazione dei reperti che si spera presto verranno mostrati anche alla cittadinanza e, chissà, magari anche esposti nel prestigioso Museo Archeologico di Taranto.

Fonte:
mediterraneoantico.it

sabato 22 luglio 2017

Auch, Francia: rivelata una straordinaria villa romana

Scavi alla domus romana di Auch (Foto: Jean Louis Bellurget, INRAP)
Un gruppo di archeologi ha recentemente scoperto le rovine di una ricca villa romana del V secolo d.C. ad Auch, un comune della Francia sudoccidentale. Sicuramente questa dimora di prestigio venne abbandonata 1600 anni fa e si trovava, un tempo, al centro dell'antica città romana di Augusta Auscorum, capitale della provincia di Novempopulanie, attuale città di Auch. La scoperta è stata inizialmente fatta dal proprietario della terra che stava intraprendendo uno scavo per gettare le fondazioni di una nuova casa. A soli 50 centimetri dalla superficie sono emerse le rovine del dimora aristocratica, che era dotata di bagni privati e pavimenti musivi.
Particolare di uno dei mosaici della villa romana di Auch(Foto: Jean Louis Bellurget, INRAP)
All'indomani della notifica alle autorità archeologiche locali, l'Institut National de Recherches Archéologiques Preéventives (INRAP) ha cercato di indagare il più possibile la storia e l'ampiezza della grande domus aristocratica. Il team archeologico non ha molto tempo a sua disposizione, poiché il terreno deve essere restituita al suo proprietario entro il mese di settembre. I ricercatori pensano che le rovine risalgono al I e al V secolo d.C., poiché l'edificio è stato ricostruito più volte.
L'edificio attuale, così come appare, è stato edificato nel III secolo d.C. che venne sottoposto per ben due volte a ristrutturazione. Gli archeologi sono rimasti particolarmente impressionati dai grandi e colorati mosaici, che dovrebbero essere rimossi entro questo mese. I mosaici hanno motivi geometrici e floreali, con foglie di edera, alloro e acanto, ma anche fregi con onde e motivi a forma di uovo. Si tratta di vere e proprie opere d'arte molto raffinate.
La datazione del palazzo è stata piuttosto difficoltosa, ma la scoperta di una moneta dell'imperatore Costantino I (272-337 d.C.) ha aiutato a concludere che la domus risalirebbe al 330 d.C. circa. La domus disponeva anche di due sistemi di riscaldamento a pavimento, una tecnica utilizzata, per la prima volta dai Minoici e perfezionata, in seguito, dai Romani. Sono stati trovati anche altri mosaici risalenti ad una fase precedente della casa. Ad un livello ancora più profondo è apparso un terzo mosaico adorno di quattro tessere nere a forma di croce.

giovedì 20 luglio 2017

Sicilia, scoperto un tempio di Apollo

Gli scavi nella città greco-romana di Alesa (Foto: Unime.it)
Un tempio, attribuito da più fonti ad Apollo, è stato riportato alla luce nel corso di una redditizia campagna di scavi archeologici condotti dalle Università di Messina e di Oxford. I lavori sono stati effettuati presso il sito della città greco-romana di Alesa, nella zona di Tusa. La fase operativa degli scavi è durata circa un mese (compreso un periodo di quasi due settimane necessario alla bonifica dell'area, interessata da una fitta vegetazione). A dirigere le operazioni, giunte ormai agli sgoccioli, sono stati i Professori Lorenzo Campagna (professore associato al Dipartimento DiCAM) e Jonathan Prag (docente di Storia Antica dell'Ateneo inglese), coadiuvati dal Professor Alessio Toscano Raffa (Cnr-Ibam di Catania), in veste di coordinatore.
Le strutture del tempio di Apollo, solo parzialmente individuate negli anni Cinquanta del secolo scorso dall'archeologo Gianfilippo Carrettoni, sembrano non essere le uniche ad insistere sulla zona. Pare, infatti, che vi possano essere altri due templi di minori dimensioni. Per effetto di una concessione, della durata complessiva di tre anni, questi, come altri reperti, potranno rappresentare lo sviluppo futuro della collaborazione fra i due Atenei. La campagna archeologica, difatti, rientra in un progetto di ampliamento degli scavi in tutta la zona antica, per meglio definire lo sviluppo planimetrico e monumentale della più importante area sacra della città.
L'équipe complessiva degli scavi è stata composta, oltre che dai docenti e ricercatori, anche da 15 studenti (10 dell'Università di Oxford e 5 dell'Ateneo peloritano). Nel corso delle ricerche c'è stata anche la visita delle scuole locali.

Fonte:
Unime.it

martedì 18 luglio 2017

Bari, riemergono le strutture del porto aragonese

Le strutture del porto aragonese o borbonico
(Foto: bari.repubblica.it)
Bari, sotto l'ex mercato del pesce spuntano i resti di un antico porto. Il rinvenimento archeologico è avvenuto durante i lavori di restyling del palazzo di piazza Ferrarese che diventerà polo dell'arte contemporanea.
Di certo c'è che è precedente al 1837. La banchina del porto completa di bitte rimaste intatte, ritrovata sotto la pavimentazione del mercato del pesce di piazza Ferrarese a Bari vecchia, potrebbe risalire al periodo aragonese o a quello borbonico. La Sovrintendenza ha avviato ricerche archivistiche per accertare la datazione dello straordinario ritrovamento archeologico venuta a galla durante i lavori di riqualificazione dell'edificio destinato a ospitare il polo dell'arte contemporanea.
"Dopo lo svellimento della pavimentazione al piano terra del mercato del pesce - racconta il sovrintendente Luigi La Rocca - abbiamo verificato la presenza di strutture preesistenti. Abbiamo avviato approfondimenti stratigrafici ed è venuta fuori la struttura in calcare in blocchi squadrati su cui si è impostato il mercato che fu realizzato nel 1837. E' emersa la banchina del porto di Bari dove attraccavano le barche, vogliamo capire a quale fase cronologica appartiene". Sotto la pavimentazione scavata gli operai hanno trovato anche l'acqua di mare.

Fonte:
bari.repubblica.it

Friuli, riemerge la preistoria...

I resti scoperti a Palse di Porcia (Foto: ilfriuli.it)
Importanti resti di una capanna e resti di un focolare, entrambi risalenti al IX secolo a.C., quindi all'epoca protostorica, sono stati riportati alla luce nell'ambito di controlli effettuati dalla Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, in un'area privata a destinazione edilizia, in via Vespucci, nella frazione di Palse di Porcia.
Gli scavi iniziali, che hanno permesso l'individuazione dei resti archeologici, sono stati condotti dall'archeologa Raffaella Bortolin su incarico del proprietario del lotto. Successivamente, vista l'emergenza di diversi resti antichi e l'urgenza di provvedere con rapidità allo scavo dell'intero contesto a causa dell'estrema labilità dei resti archeologici di epoca protostorica, è intervenuta direttamente la Soprintendenza che, sotto la Direzione lavori del Funzionario archeologo Serena di Tonto, ha svolto, tramite la Ditta Arcsat snc, un'indagine archeologica nell'intera area, con lo scopo di approfondire la ricerca e provvedere ad una corretta documentazione.
Lo scavo archeologico ha rivelato la presenza di tre cicli insediativi di cui il più recente è attribuibile al VI-V secolo a.C. e quello più antico al IX secolo a.C. avanzato. Le evidenze più interessanti sono risultate essere, appunto, i resti della capanna risalente al IX secolo a.C., situata lungo il limitare sud dell'area, di cui sopravvivono i piani pavimentali in limo, sui quali era stato ricavato un piccolo focolare sostenuto da ciottoli di pezzatura selezionata e situato nell'angolo nordovest. Il focolare è anche caratterizzato da una struttura pluristratificata, con preparazione di frammenti ceramici.
Non meraviglia la presenza di resti archeologici in quest'area in quanto collocata nell'ambito dell'antico Castelliere protostorico di Santa Ruffina di Palse. Al termine dell'indagine archeologica, i resti che si trovano nell'area del lotto che non verrà edificata saranno opportunamente ricoperti di geotessuto per una corretta conservazione.

Fonte:
ilfriuli.it

Lo splendore della villa di Traiano ad Arcinazzo Romano

Pavimento della villa di Traiano ad Arcinazzo Romano
(Foto: roma.corriere.it)
Non finisce più di stupire la maestosa villa di Traiano agli Altipiani di Arcinazzo, tra l'alta valle dell'Aniene e la Ciociaria. Scoperti e riportati alla luce nuovi tesori nel sito archeologico esteso su cinque ettari di superficie, alle pendici del monte Altuino, uno scenario ambientale davvero incantevole.
Gli ultimi scavi e restauri, finanziati da Arcus (Società per lo sviluppo di arte, cultura e spettacolo del Ministero dei Beni Culturali) e diretti dalla Soprintendenza archeologica del Lazio e dell'Etruria Meridionale, hanno permesso di salvare altri materiali di alto pregio storico e artistico, che confermano la straordinaria ricchezza del complesso residenziale dell'imperatore Traiano. I recenti interventi hanno portato a scoprire e conservare pavimenti con marmi policromi africani e greco-orientali, oggi completamente restaurati. Numerosi gli apparati decorativi, specie nelle sale di soggiorno del grande "triclinium" con fontana-ninfeo che si affaccia sul giardino. Nell'Antiquarium si trovano pregevoli arredi ed elementi architettonici che, secondo gli esperti, per stile e lavorazione possono essere confrontati con quelli dei monumenti traianei di Roma.
La platea inferiore, che aveva carattere di rappresentanza, è stata interamente riportata alla luce. Abili restauratori stanno procedendo al restauro delle pitture di un intero ambiente. Le ultime scoperte si aggiungono a quelle degli anni precedenti con il recupero di capitelli, pitture di assoluto rilievo, pavimenti, porfidi, decorazioni e altri straordinari reperti che ora costituiscono un patrimonio storico di enorme valore. Il progetto di valorizzazione della villa, dopo 15 anni di ricerche e lavori (perlopiù sotto la direzione dell'archeologo Zaccaria Mari) attuati con fondi del Mibac, permette adesso di restituire al pubblico un'ampia area dell'antica struttura, gestita dal comune di Arcinazzo Romano.
"La villa di Traiano - commenta il sindaco Giacomo Troja - rappresenta una delle principali attrazioni culturali e turistiche del nostro territorio. Vogliamo, perciò, rilanciarla in ogni suo aspetto".

Fonte:
roma.corriere.it

domenica 16 luglio 2017

Iklaina, un tempo potente e finora dimenticata

Gli scavi di Iklaina (Foto: Archaeological Institute of America)
La scoperta di enormi edifici in Grecia sta dimostrando che la città di Iklaina non era una zona isolata come si era precedentemente pensato, ma era, piuttosto, uno dei centri principali della civiltà micenea.
Tra le scoperte ad Iklaina vi è anche un santuario pagano all'aria aperta, il che conferma che la città non era affatto un centro arretrato. Iklaina viene citata nell'Iliade di Omero, ma si è sempre ritenuto che fosse poco più che uno stagno. Essa, invece, risale al periodo miceneo (1500-1100 a.C.).
Le nuove certezze sull'importanza di Iklaina si basano sulla scoperta di un palazzo monumentale e di altri edifici di mole ragguardevole, che servivano, forse, da centri amministrativi. Questi ritrovamenti, unitamente a quello del santuario all'aria aperta, dimostrano che gli antichi stati micenei presero forma già 3400 anni fa, prima ancora che forme di governo analoghe sorgessero in Mesopotamia. Iklaina sembra essere stata la capitale di uno stato indipendente per buona parte del periodo miceneo, in concorrenza con l'altro centro miceneo, il Palazzo di Nestore a Pilo.
Tavoletta in lineare B trovata ad Iklaina
(Foto: haaretz.com)
Iklaina venne distrutta nel momento stesso in cui il Palazzo di Nestore si espanse e gli archeologi ritengono che i due eventi fossero collegati. Gli scavi hanno portato alla luce mura massicce e diversi edifici amministrativi nonché un sistema di drenaggio delle acque sorprendentemente avanzato, con fogne in pietra ed un sistema di erogazione dell'acqua attraverso un elaborato percorso di tubi di argilla. E' stata anche rinvenuta, ad Iklaina, una tavoletta d'argilla che, secondo gli archeologi, porta indietro a 3500 anni fa l'avvento dell'alfabeto.
Il cosiddetto Palazzo di Nestore a Pilo dista circa 10 chilometri da Iklaina e non si è ancora certi se abbia o meno ospitato il leggendario e saggio re omerico, sicuramente, però, era un palazzo di epoca micenea. Da Pilo provengono oltre 1.000 tavolette scritte in lineare B, contenenti documenti governativi.
Particolare del Palazzo di Nestore a Pilo (Foto: haaretz.com)
In otto anni di scavi è stata portata alla luce, ad Iklaina una struttura che gli archeologi hanno battezzato terrazza ciclopica, che domina l'intero sito. La terrazza è composta da massi di calcare lavorato assemblati tra loro con l'aiuto di blocchi più piccoli. Coloro che scrissero alcune generazioni dopo l'edificazione di queste strutture, pensavano che esse fossero state costruite dai Ciclopi. La terrazza ciclopica sosteneva un edificio di circa due o tre piani andato, purtroppo, distrutto. Alcune stanze del complesso edilizio sono sopravvissute sull'altopiano a sud ed attraverso di esse si può avere un'idea della datazione e della funzione di questo complesso monumentale.
Si pensa che il complesso possa essere un tempio miceneo oppure una fortezza, anche se l'analisi dei reperti ha portato a concludere che fosse un potente palazzo oppure un centro amministrativo, dove il sovrano e la sua famiglia risiedevano. La datazione del complesso risale ad un periodo compreso tra il 1350 e il 1300 a.C.. Una costruzione così imponente ha sicuramente richiesto l'impiego di abbondanti risorse e di una notevole capacità di pianificare e organizzare la forza lavoro. Proprio queste considerazioni portano a credere che Iklaina sia stata la capitale di uno stato indipendente.
Il megaron di Iklaina (Foto: Iklaina Archaeological Project)
La tavoletta in lineare B trovata sul sito reca iscrizioni su entrambi i lati: da un verso vi è un elenco di nomi maschili accompagnati da numeri; sull'altro verso vi è un elenco di prodotti di cui si è conservata solo l'intestazione che recita "fabbricato" o "montato". Purtroppo la tavoletta e rotta e il resto dell'elenco è mancante. Comunque sia proprio questa tavoletta ha portato gli studiosi a rivedere l'ipotesi che la scrittura fosse limitata, all'epoca, all'élite e ai centri principali e che fosse arrivata in Grecia molto prima di quanto si fosse pensato finora.
Nella tarda Età del Bronzo (1600-1100 a.C.) la Grecia continentale era divisa in regni indipendenti, uniti in una sorta di libera associazione. Questi regni si strutturarono, più tardi, in stati complessi. Tutti condividevano elementi culturali comuni, tra i quali figurano anche l'architettura degli edifici, le ceramiche, le credenze religiose e la lingua, il lineare B, appunto. Iklaina sembra essere stato il primo esempio di questi complessi stati micenei.

Fonte:
haaretz.com

Vulci, scoperta una cisterna etrusca

La cisterna etrusca rinvenuta durante gli scavi
(Foto: etruriaoggi.it)
Il parco di Vulci continua a regalare grandi sorprese agli archeologi. In questi giorni, durante gli scavi nell'area antistante la Domus del Criptopotico, il gruppo di lavoro del Professor Maurizio Forte ha rinvenuto una cisterna di epoca etrusca al disotto di un piano pavimentale risalente al I secolo d.C.
Si tratta di un'ulteriore testimonianza della grande vitalità che contraddistinse l'antica città di Vulci per un lungo periodo della sua millenaria storia.
Gli scavi proseguiranno anche il prossimo anno con il supporto di altri istituti accademici della Svezia, della Francia e del Portogallo. I risultati delle ricerche effettuate quest'anno, saranno presentati con la Fondazione Vulci - che gestisce il parco per conto dei Comuni di Montalto di Castro e Canino - in una conferenza pubblica che si terrà giovedì 20 luglio, alle ore 18, presso il Complesso monumentale di San Sisto a Montalto di Castro. Venerdì 21 luglio, alle ore 9, il Professor Forte accompagnerà e illustrerà sul campo quanto svolto in questo periodo di ricerca.
Il sindaco Sergio Caci e l'assessore alla Cultura Silvia Nardi concordano con quanto dichiarato dalla Sovrintendente Alfonsina Russo Tagliente: "L'apporto di università straniere è di fondamentale importanza per la crescita delle conoscenze e per il dialogo scientifico internazionale, strategico per le attività della Soprintendenza e per la tutela e la valorizzazione del sito di Vulci".
"Con tecnologie avanzate - dichiara il Professor Forte - è stato possibile evidenziare la presenza di strutture che, esaminate con attenzione, lasciano trasparire una storia che il nostro gruppo di lavoro sta riportando alla luce".

Fonte:
etruriaoggi.it

sabato 15 luglio 2017

Il Mitra di Tor Cervara ritrova uno dei suoi pezzi...

Il rilievo di Mitra trovato a Tor Cervara (Foto: ilmessaggero.it)
Il grande rilievo raffigurante il dio Mitra torna ad essere completo. Anche l'ultimo pezzo mancante è stato recuperato. Si completa così il ciclopico puzzle millenario, protagonista di una delle vicende più complesse di un tesoro salvato dalle mire del mercato clandestino. Si tratta per l'esattezza del 59° tassello del grande rilievo in marmo lunense del Mitra tauroctonos (Mitra che uccide il toro) raffigurante la testa del toro e la mano sinistra del dio, opera databile al II-III secolo d.C., uno dei più significativi e preziosi tra quelli conservati nella sede delle Terme di Diocleziano del Museo Nazionale Romano. E' stato il generale Fabrizio Parrulli, Comandante Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) a restituire i pezzi a Daniela Porro, direttore del Museo Nazionale Romano. Tutto è cominciato in Sardegna nel mese di febbraio di quest'anno, da un controllo ad un negozio di antiquariato del cagliaritano, durante il quale i carabinieri del locale Nucleo Tutela Patrimonio Culturale hanno notato esposti due frammenti in marmo di verosimile interesse archeologico, sono stati quindi sequestrati.
La Soprintendenza archeologica di Cagliari, dopo accurato esame, ha giudicato i beni autentici, di sicuro interesse archeologico e riconducibili a maestranze altamente qualificate del II-III secolo d.C. Da ricerche sul web e nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti, gestita dal TPC, l'attenzione di un militare si è concentrata sull'immagine del grande rilievo esposto alle Terme di Diocleziano in cui appariva, in piena evidenza, l'assenza della parte raffigurante la testa del toro e la mano del dio. Una volta consegnati i reperti ai Laboratori di restauro del Museo Nazionale Romano, si è potuta compiere la cosiddetta "prova provata", ovverosia la verifica dell'effettiva pertinenza del frammento con testa di toro al grande rilievo con raffigurazione di Mitra. Mentre sono tuttora in corso le indagini finalizzate ad accertare la provenienza dei reperti, la posizione giudiziaria di una persona è al vaglio dell'Autorità Giudiziaria per il reato di ricettazione. Il reperto ricomposto ha un valore di mercato stimato in due milioni di euro.
La storia del grande rilievo di Mitra prende le mosse nel 1964, quando a Roma, in località Tor Cervara (sulla via Tiburtina), durante un'operazione di bonifica da residuati bellici, furono portati alla luce 57 frammenti di marmo lunense che andavano a comporre un grande rilievo. Una volta ricostruito, questo presentava la raffigurazione del dio Mitra che uccide il toro. Purtroppo risultavano mancanti le spalle e la testa del dio e altre parti fra cui il muso dell'animale.
Nel 1965 il rilievo fu acquisito nelle raccolte del Museo Nazionale Romano, dove fu collocato nelle "Grandi Aule" delle Terme di Diocleziano. Successivamente, accordi culturali tra la Direzione Generale per le Antichità e la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, nonché il Badisches Landesmuseum di Karlsruhe (Germania), hanno consentito di comprovare l'ipotesi - avanzata da uno studioso già alla fine degli anni '80 del secolo scorso - secondo cui un frammento lapideo con volto di Mitra, acquisito per donazione dal Museo di Karlsruhe, fosse pertinente al rilievo di Tor Cervara conservato nel Museo delle Terme di Diocleziano.

Fonte:
ilmessaggero.it

Russia, mummia medioevale e lastre di rame

La sepoltura dell'uomo di Zeleny Yar (Foto: Alexander Gusev) Una mummia perfettamente conservata di un adulto , ricoperto di lastre...