sabato 31 dicembre 2016

Papiri e...antichi merletti: una ricetta di 3500 anni fa

Il papiro contenente una bizzarra ricetta medica dell'antico
Egitto (Foto: Mikkel Andreas Beck)
Grasso di toro, sangue di pipistrello e di asino, quel che sembra il cuore di una lucertola, ceramica polverizzata e un pizzico di miele. L'egittologa Sofie Schiodt ha identificato questa formula su un papiro custodito presso l'Università di Copenhagen, in Danimarca.
Questa ricetta bizzarra non è un incantesimo ma, piuttosto, una ricetta per il trattamento contro la trichiasi, le ciglia incarnite, una malattia che è presente anche oggi in Egitto. Il papiro decifrato dalla Dottoressa Schiodt è, in sostanza, una cartella clinica di 3500 anni fa, che contiene una ricetta medica su un lato e un testo di ginecologia dall'altro. Ci sono voluti ben sei mesi per decifrare quanto era scritto sul papiro, composto di sette piccoli frammenti che, uniti insieme, hanno le dimensioni di un foglio A4. Il papiro è custodito nell'Università di Copenhagen da 80 anni ma la dottoressa Schiodt è la prima archeologa a lavorare sulla sua traduzione.
Serpenti e piccoli uccelli sono rappresentati sull'antico papiro. I geroglifici rossi rappresentano le ricette e la quantità degli ingredienti, mentre quelli neri sono gli ingredienti e la ricetta vera e propria. La Dottoressa Schiodt ha ricevuto un aiuto inaspettato da un altro ricercatore che, in Germania, stava lavorando su un papiro simile, anche se ancora non è certa al cento per cento del significato della prescrizione. C'è ancora molto lavoro da fare!

Fonte:
ScienceNordic

Gioielli vichinghi in Norvegia

La spilla trovata nella fattoria di Agdenes, in Norvegia
(Foto: Age Hojem, TNU University Museum)
Quando morì, nel IX secolo d.C., una giovane donna vichinga venne sepolta indossando un simbolo della sua posizione sociale: un gioiello in bronzo che ornava la sua veste tradizionale norrena.
Nell'estate di quest'anno, questo gioiello è stato trovato per caso nella fattoria di Agdenes, sulla parte più esterna del fiordo di Trondheim nella Norvegia centrale. L'oggetto, ben conservato, è un gioiello a figura di uccello che ha un pesce, forse un delfino, su entrambe le ali. Le decorazioni suggeriscono che il gioiello è stato forgiato in un laboratorio celtico, molto probabilmente in Irlanda, nell'VIII-IX secolo d.C.. Originariamente era utilizzato come elemento decorativo delle briglie di un cavallo. Fori nella parte inferiore e tracce di ruggine di un ago sul retro dimostrano che il gioiello venne trasformato, successivamente, in spilla.
Questi oggetti erano molto popolari tra i vichinghi norvegesi che presero parte alle prime incursioni nelle isole britanniche. Questi "raccordi" erano originariamente collegati alle imbracature dei cavalli oppure ad articoli religiosi quali libri, pastorali o decorazioni di altare. Probabilmente la donna sepolta con questo gioiello lo aveva ricevuto in regalo da un membro della sua famiglia che aveva partecipato ad una o più incursioni in Irlanda o Gran Bretagna. Proprio queste incursioni conferivano alla famiglia della giovane donna uno status sociale elevato.
Originariamente l'oggetto era ricoperto d'oro e sembrava più prezioso di quanto in realtà fosse. Gioielli del genere sono stati trovati nelle sepolture femminili unitamente ad altri pochi oggetti di corredo. Questo suggerisce che molti dei vichinghi che parteciparono alle incursioni in terre lontane non appartenevano allo strato superiore della società vichinga. Si trattava di "nuovi ricchi", sostanzialmente agricoltori e pescatori ai quali, attraverso le incursioni e i saccheggi, era offerta l'opportunità di scalata sociale.
Agdenes è situata strategicamente all'estremità sud del fiordo di Trondheim, là dove questo incontra lo stretto di Trondheimsleia. Il luogo è citato diverse volte nelle saghe norrene come un luogo di ritrovo dove navi e guerrieri si ritrovavano prima di continuare il loro viaggio. Tracce del porto di re Oystein, costruito per motivi di difesa all'inizio del XII secolo, si trovano proprio accanto alla fattoria di Agdenes, dove è stata scoperta la spilla in bronzo. Probabilmente la zona era un luogo di raduno naturale o di sosta per le navi dell'epoca.
La spilla in bronzo è stata trovata, grazie al metal detector, da un cittadino privato. Il gioiello non è stato rinvenuto nella sepoltura originale, ad indicare che quest'ultima, ad un certo punto, è stata disturbata, probabilmente durante l'aratura del terreno o altre attività agricole. Il ritrovamento, comunque, dimostra che la zona era popolata nella prima parte dell'età vichinga. 

Fonte:
pasthorizonspr.com

Bulgaria: esposte per la prima volta scarpe di 1900 anni fa

Le antiche scarpe trovate in Bulgaria nel 2009
(Foto: Museo regionale di storia di Sliven)
Un paio di scarpe di 1900 anni fa, in cuoio, piuttosto ben conservate saranno presto in mostra nel Museo regionale di storia di Sliven, in Bulgaria. Le antiche calzature sono state scoperte proprio a Sliven e appartennero ad una donna vissuta durante il periodo tracio-romano. Sono state scoperte negli scavi del 2009 ma finora non erano mai state esposte al pubblico. Ora, dopo anni di restauri, saranno mostrate ai visitatori del Museo insieme ad altri reperti archeologici inediti, scoperti in due tumuli vicino le città bulgare di Trapoklovo e Chintulovo dal team di archeologi guidati dalla Professoressa Diana Dimitrova, dell'Istituto nazionale e Museo di Archeologia di Sofia e dai suoi colleghi del Museo di Silven. I reperti sono stati datati ad un periodo compreso tra il V secolo a.C. e il II secolo d.C.
Le calzature sono uno dei pochi reperti del genere scoperti durante gli scavi archeologici in Bulgaria. Sono realizzate in pelle e tessuto e sono cucite con un filo di bronzo.
Un altro dei reperti per la prima volta esposto al pubblico nel Museo regionale di storia di Sliven è un'hydria di bronzo, risalente al V secolo a.C.

Fonte:
archaeologyinbulgaria.com

Trovati altri frammenti di rotoli del Mar Morto

Grotte nel deserto della Giudea, dove sono stati rinvenuti i primi rotoli
(Foto: ancient-origins.net)
I rotoli del Mar Morto sono un corpus di quasi 1.000 manoscritti in ebraico, aramaico e greco antico, contenenti alcune delle più antiche versioni della Bibbia ebraica e sono tra i più importanti ritrovamenti archeologici della storia.
Recentemente sono stati rinvenuti altri due pezzi di alcuni di questi rotoli, in una grotta nel deserto della Giudea, vicino al Mar Morto. I frammenti devono ancora essere decifrati, poiché la scrittura è poco leggibile, ma si spera che possano aggiungere nuove informazioni a quelle già in possesso dei ricercatori riguardo soprattutto la vita di Gesù. Gli studiosi della Hebrew University e della Israel Antiquities Authority affermano di non essere ancora certi che la scrittura sia ebraica, aramaica o un dialetto completamente diverso.
I frammenti di papiro sono di circa 2 centimetri, alcuni recano tracce di scrittura, altri sembrano non averne. Sono stati ritrovati durante nuove esplorazioni della grotta nel deserto tra maggio e giugno di quest'anno, all'indomani della vendita di alcuni documenti romani e dell'Età del Ferro al mercato nero. Alcuni dei rotoli trovati negli anni passati hanno mostrato chiaramente cosa vi era scritto mentre altri sono più difficili da decifrare e sono ancora in corso di analisi. Il primo rotolo del Mar Morto è stato trovato nel 1947 da un beduino che si calò in una grotta vicino Qumran dopo avervi gettato un sasso ed aver sentito un rumore di cocci infranti.
Giara simile a quelle nelle quali erano
custoditi i rotoli del Mar Morto
(Foto: Wikimedia Commons)
L'archeologo Yohanan Ahranoi ha scoperto la Grotta dei Teschi, quella nella quale, quest'anno, sono stati rinvenuti altri frammenti di rotoli, nel 1960. La cavità è stata così chiamata per la presenza di sette teschi umani e di altre ossa ed è una delle numerose grotte che compongono un grande complesso di spazi naturali su una ripida scogliera che fiancheggia il torrente Tze'elim nel deserto. Nelle vicinanze si trova la Grotta delle Frecce così detta dal ritrovamento, in essa, di frecce in ferro di circa 1800 anni fa. Le condizioni climatiche asciutte del deserto della Giudea hanno senz'altro contribuito alla conservazione sia degli oggetti che delle tracce biologiche. Nelle vicinanze si trova anche la Grotta dei Rotoli, dove sono stati trovati i primi documenti risalenti al periodo della rivolta di Bar Kokhba.
Gruppi umani hanno occupato le grotte sin dalla preistoria e fino al periodo della dominazione romana in Giudea. Molti dei ritrovamenti più recenti sono estremamente frammentati perché potrebbero essere stati danneggiati dai saccheggiatori. Precedenti ritrovamenti nella Grotta dei Teschi includono frammenti di tessuti, corde, articoli in pelle, manufatti in legno e strumenti in osso. Sono stati trovati anche frammenti di un pettine per pidocchi in legno risalente alla rivolta di Bar Kokhba, cocci di ceramica, vasi in pietra, oggetti in selce e metallici quali aghi.
Purtroppo l'intervento violento dei saccheggiatori non permette di datare molti dei manufatti e degli oggetti ritrovati. La scoperta di resti di prodotti alimentari quali datteri, olive, melograni, orzo e grano ha permesso di stimare l'utilizzo dei ripari rocciosi, da parte delle comunità umane, al Calcolitico fino al periodo dell'occupazione romana.
Uri Dadivovich, uno dei direttori dello scavo di quest'anno, ha affermato: "Abbiamo tutte le ragioni per credere che esistano ancora rotoli nascosti. Diversi documenti di epoca romana e anche dell'Età del Ferro sono emersi, negli ultimi anni, sul mercato clandestino delle antichità. Sicuramente provengono dalle grotte del deserto della Giudea".

Fonte:
ancient-origins.net

venerdì 30 dicembre 2016

Riemerge l'antico teatro di Magarsus, in Turchia

Il teatro di Magarsus, in Turchia (Foto: hurriyetdailynews.com)
Gli scavi nell'antica città di Magarsus, in Turchia, si stanno concentrando sull'antico teatro. Gli archeologi pensano di portare il luce quest'ultimo e parti dello stadio antico nella prossima stagione di scavo.
Magarsus prende nome dalla sacerdotessa Magarsia, del tempio di Atena, dove Alessandro Magno aveva sacrificato un animale prima di affrontare la battaglia contro Dario, re dei Persiani, nel 333 a.C.. La storia di Magarsus può essere fatta risalire al V secolo a.C.. Gli scavi nella città sono condotti in collaborazione con la direzione del Museo di Adana e il dipartimento di archeologia dell'Università di Cukurova.
Fin dall'inizio degli scavi gli archeologi hanno portato alla luce l'antico teatro di Magarsus, che poteva ospitare fino a 4.000 spettatori. Ora si tratta di riportare alla luce lo stadio e il tempio principale della città. Magarsus era il centro religioso di Mallus, una delle città più importanti della Cilicia, famosa per i suoi antichi templi.

lunedì 26 dicembre 2016

Nuove scoperte sull'isola di Aphrodite

Il teatro ellenistico-romano di Nea Paphos, sull'isola di Cipro (Foto: cyprus-mail.com)
Gli archeologi hanno scoperto quello che potrebbe essere un ambulatorio medico con tanto di strumenti chirurgici, durante gli scavi a Nea Paphos, capitale di Cipro durante i periodi ellenistico e romano. Gli archeologi dell'Istituto di archeologia dell'Università di Cracovia hanno anche trovato uno scheletro umano in fondo ad un pozzo.
Il riempimento del pozzo consisteva principalmente in frammenti di ceramica del periodo tardo ellenistico. Lo scheletro si trovava ad una profondità di circa 3,50 metri e sarà analizzato nei prossimi mesi. Diversi altri reperti sono tornati alla luce nello scavo parziale di una sala scoperta nel 2013 lungo il portico orientale dell'agorà. Qui sono stati rinvenuti due vasi in vetro quasi intatti, sopravvissuti alla distruzione dovuta ad un terremoto. I vasi erano stati collocati in una sorta di scatola con manici in ferro. All'interno di quest'ultima si trovavano anche due lampade ad olio intatte ed alcuni cocci in ceramica. Vicino alla "scatola" sono state scoperte delle monete in bronzo, originariamente custodite in una borsa, risalenti alla prima metà del regno dell'imperatore Adriano.
In un'altra camera sono emersi un piccolo bicchiere in vetro ed un kit di sette strumenti chirurgici, sei in bronzo e ferro con i resti di una cassetta in bronzo. Questi oggetti ricordano molto quanto ritrovato nella Casa del Chirurgo a Pompei. Forse i vasi in vetro ritrovati poco lontani possono essere anch'essi ricollegati all'attività medica. L'eccezionale stato di conservazione dei reperti suggerisce che le camere distrutte e crollate non furono mai più ricostruite.
Questi ritrovamenti, unitamente agli altri fatti in precedenza, portano a pensare che l'agorà fosse un luogo di attività edilizia intensiva, durante il periodo della fondazione della città. Nel frattempo gli archeologi dell'Università di Sydney, in scavi separati, stanno portando in luce il teatro ellenistico-romano di Nea Paphos, ritenuto in precedenza il più antico teatro di Cipro, costruito intorno al 300 a.C. e utilizzato per spettacoli di intrattenimento per più di seicento anni, fino al IV secolo d.C., quando questo suo utilizzo terminò e il teatro venne utilizzato come magazzino.

Fonte:
cyprus-mail.com

L'antichissimo centro neolitico di Valoga, in Bulgaria

Gli scavi di Ohoden del 2016 (Foto: Vratsa Regional Museum of History)
Recenti scoperte archeologiche nella località neolitica di Valoga, vicino Ohoden, nel nordovest della Bulgaria, sembrano dimostrare che comunità umane provenienti dal Mediterraneo e da un territorio proto-europeo, si riunirono per formare una nuova cultura pacifica che diede luogo ad una comune civiltà preistorica nell'Europa sudorientale.
L'archeologo Georgi Ganetsovski, attuale direttore del Museo regionale di storia a Vratsa, in Bulgaria, è stato per diverso tempo responsabile degli scavi archeologici di Ohoden ed ha fatto qui diverse scoperte sull'alba della civiltà umana in Europa. Gli scavi di quest'anno hanno portato alla scoperta di una struttura in pietra di 8000 anni fa e di un artefatto in ossidiana dello stesso periodo, che in un primo tempo si era pensato provenisse dall'Armenia.
Tra le scoperte archeologiche ad Ohoden vi sono anche le prime sepolture di quest'antichissima civiltà agricola nata nella penisola balcanica dalla fusione di una cultura proto-europea e di una mediterranea. Nonostante la coesistenza di due gruppi etnici diversi, gli archeologi non hanno trovato prove di eventi violenti, segno che la comunità aveva raggiunto un livello sufficientemente elevato nello sviluppo culturale e tecnologico. Quest'ultimo è rappresentato dall'ossidiana ritrovata nel sito, lavorata in modo molto raffinato, ma soprattutto proveniente da fuori la Bulgaria dove ci sono solo giacimenti di selce.
Il sito archeologico di Valoga, vicino Ohoden, nel comune di Vratsa, è uno dei primi insediamenti umani d'Europa, risalente al VI millennio a.C.. Si compone di abitazioni preistoriche, una necropoli e due tempi dedicati ad una divinità della fertilità e ad una del sole. Quest'ultimo tempio è antico anch'esso di 8000 anni, come lo sono gli scheletri umani trovati nella necropoli.
L'analisi dei manufatti trovati nel sito li colloca nella cultura neolitica di Gradeshnitsa-Karcha, sviluppatasi nella Bulgaria nordoccidentale e sudoccidentale. I ritrovamenti effettuati in situ indicano che la penisola balcanica è stata il centro di una civiltà preistorica che da qui si diffuse in tutta Europa. Nel 2011 gli archeologi hanno scoperto, nello scavo di Ohoden, un santuario con un altare preistorico decorato con corna di alci. Questo santuario è poco lontano da una sepoltura rituale maschile scoperta nel 2010. I ricercatori hanno stabilito che l'altare venne utilizzato per celebrare i successi di caccia dell'uomo.
Si pensa che il santuario sia un tempio dedicato alla fertilità. Conteneva decine di dischi di argilla e pietra simboleggianti il disco solare nelle prime società agrarie. Questi reperti sono unici al mondo ed hanno portato a credere che il tempio scoperto sia il più antico del mondo dedicato al sole.
La prima tomba di Ohoden venne scavata nel 2004 ed apparteneva ad una donna ribattezzata con il nome femminile bulgaro di Todorka. Attualmente la sepoltura di Todorka è esposta nel Museo regionale di storia di Vratsa. Altre tre sepolture del primo Neolitico sono state scoperte in seguito, mentre le case neolitiche hanno mostrato tracce di travi e pilastri di 45 centimetri di diametro, prova di mura e tetti piuttosto robusti.

Fonte:
archaeologyinbulgaria.com

Saturnus, divinità dell'Età dell'Oro

Saturno con il falcetto (Foto: adianoiacentini.it)
Saturnus trae il suo nome dalla radice indoeuropea *sat, da cui derivano, in latino, satis e satur, che indicano la pienezza  e la soddisfazione, l'abbondanza dei campi coltivati grazie alle tecniche insegnate dal dio agli uomini, tra le quali l'utilizzo del concime. Macrobio, sottolineando l'assimilazione tra Saturnus e Kronos e l'evirazione di quest'ultimo da parte del figlio, lo mette in rapporto con il termine greco che significa "membro virile". Gli antichi, però, preferivano collegarlo a sates, che alludeva al seminato, da cui trae origine la rappresentazione di Saturnus armato di falcetto.
Saturnus era considerato affine a Dis Pater, "il ricco Padre", identificato con Pluto, il signore degli Inferi, il cui nome significa "ricchezza". Gli Aborigeni li consideravano dei simili e ad entrambi avevano costruito, l'una vicino all'altra, due are.
Rhea consegna a Kronos una pietra avvolta nelle fasce, Musei
Capitolini di Roma (Foto: bifrost.it)
Gli autori romani sostengono che il culto di Saturnus venne immesso nel pantheon romano da Tito Tazio, ma si pensa che il culto fosse ancora più antico, antecedente addirittura alla nascita di Roma. I ricercatori collegano l'apparizione di Saturnus nel pantheon romano con la discesa di popolazioni dalle regioni dell'Umbria o del reatino, popolazioni che gli storici romani chiamano Siculi. Questa "discesa" può essere datata alla fase del Bronzo recente, tra il 1300 e il 1200 a.C.. Vi è chi ha collegato il nome stesso dei Siculi alla sikala, il falcetto che, in numerose iconografie, accompagna Saturnus.
Come dio della ricchezza da intendersi non solo dal punto di vista agricolo (presso il tempio di Saturnus, nel Foro, aveva sede l'aerarium dello Stato), Saturnus aveva come paredra Ops, l'abbondanza, dea arcaica i cui rituali venivano celebrati nella Regia, quale divinità propria dei re.
Il dio, detronizzato dal figlio Juppiter, si nascose nel Lazio, dove venne accolto da Janus che, all'epoca, governava quelle terre dal Gianicolo. Janus donò a Saturnus il colle capitolino dove quest'ultimo costruì la Prima Roma che da lui mutuò il nome di Saturnia. Nel mito Saturnus è il dio portatore di civiltà per eccellenza, colui che insegnò agli abitanti dell'epoca la prima coltivazione della terra, colui che inaugurò l'Età dell'Oro.
Janus è "al di fuori" della storia, il dio che dà inizio al processo che porterà alla Roma storica e che assiste, immutabile e imperturbabile, agli avvenimenti; Saturnus è all'inizio della storia mitica di Roma, costituisce il principio della civiltà perché insegna agli uomini l'agricoltura.

Fonte:
liberamente tratto da: "Il Tempo di Roma", di P. Galiano e M. Vigna

sabato 24 dicembre 2016

L'antica Tanais, città greca alla foce del Don

Rovine dell'antica Tanais (Foto: WikiWand)
L'antica città greca di Tanais ha una singolare posizione, un remoto avamposto sul delta del fiume Don, nel mar D'Azov. Su questa lontana colonia greca si hanno informazioni da Strabone e da Alessandro Poliistore. Si pensa che Tanais sia stata fondata da coloni greci nel III secolo a.C., quale insediamento strategico nelle terre dei cavalieri nomadi. Gli archeologi hanno confermato che la città vantava efficaci fortificazioni, molto più impressionanti di quanto si era inizialmente pensato. La spedizione archeologica è stata condotta dal Dottor Marcin Matera, dell'Istituto di archeologia dell'Università di Varsavia.
Le città greche con elevati standard di vita erano solitamente dotate di un complesso sistema di fortificazioni. Quelle di Tanais erano state costruire con tre strati: due facciate di blocchi di calcare, riempiti con una composizione di roccia frantumata e argilla. Queste fortificazioni primarie erano sorvegliate, sull'esterno, da un fosso molto simile ai fossati medioevali, protetto su entrambi i lati da una serie di piccoli rinforzi strutturali.
Localizzazione di Tanais (Encyclopedia of Ukraine)
Gli archeologi polacchi hanno anche scoperto i resti di un ponte di legno che collegava i paramenti esterni del fossato difensivo alla porta della città greca. Uno dei lati del ponte era sostenuto da un imponente pilastro in pietra, mentre l'altro era stato rinforzato con robusti pali di legno. Si tratta di un progetto unico, nel mondo greco, anche perché il ponte non è perpendicolare alle fortificazioni, ma posizionato ad una certa angolazione.
Tanais era considerata un importante emporio nell'estremo nordest della sfera culturale ellenica. La città era considerata un baluardo contro l'incursione in massa di guerrieri nomadi provenienti dalle steppe. La città crebbe in prosperità e forza nel I secolo a.C.: vennero costruiti edifici sontuosi e imponenti e venne abitata dai sovrani dei regni greci clienti di Roma. Grazie al suo sviluppo economico e alla lontananza dal centro del regno del Bosforo, Tanais poté acquisire una relativa indipendenza politica. In occasione delle lotte scoppiate nel Bosforo alla fine del I secolo a.C., si schierò dalla parte degli avversari di Roma sostenendo la regina Dynamis, cacciata dal trono. La conseguente spedizione punitiva condotta dal re Polemon, alleato dei Romani, nell'8 a.C., portò alla prese e alla parziale distruzione della città: venne rasa al suolo l'area suburbana occidentale, costruita da genti non greche secondo il modello greco e difesa da un semplice muro.
Rovine dell'antica Tanais (Foto: panoramio.com)
Alla fine del I secolo d.C. sorse una nuova fortificazione che assunse la forma di un castrum romano: tracciato quasi quadrato, quattro porte, un massiccio muro di pietre squadrate con torri e un fossato profondo 8 metri e largo 13, che sfruttava le caratteristiche topografiche del sito. 
Nel III secolo d.C. l'insediamento, con le sue imponenti fortificazioni, venne devastato e saccheggiato da un esercito composto di nomadi Sarmati e Goti di origine germanica. Al di sotto delle case distrutte, all'interno di spaziosi scantinati, sono state rinvenute intatte le mercanzie che vi erano state depositate e che fino a oggi costituiscono la parte più cospicua del materiale archeologico fornito dal sito. Una parziale rioccupazione dell'area cittadina, cui dovettero partecipare anche numerosi gruppi originari delle steppe ebbe luogo nella seconda metà del IV secolo d.C.. La migrazione unna, agli inizi del V secolo d.C., portò nuove distruzioni e la città cessò di esistere.
Tanais (Foto: Panoramio)
Il materiale onomastico documentato nelle iscrizioni dimostra che nello sviluppo della città il monopolio etnico delle cariche governative (ellenarca per i Greci e arconte per i Tanaiti, vale a dire il resto degli abitanti della città) era stato superato ed i Greci potevano assumere la funzione di arconte dei Tanaiti come i non greci quella di ellenarca. Allo stesso modo la variabilità dei patronimici di nomi greci e iranici (sarmati) testimonia l'avanzato processo di fusione tra i due gruppi etnici.
Oltre alla funzione di arconte sono note, da fonti epigrafiche, le funzioni di strategòs poleiton, lochagòs, prosodikòs, diàdochos e un collegio di prostàtai. A partire dal 163 d.C. iscrizioni architettoniche testimoniano l'esistenza di un presbeutès basilèos, un governatore dei sovrani del Bosforo, eletto - nel II e nel III secolo d.C. - tra la popolazione di Tanais.
Cultura e religione vennero interessate anch'esse dal sincretismo. Iscrizioni testimoniano l'esistenza di thìasoi e sinodi per le divinità principali e il culto di Afrodite Apaturia, Zeus, Ares e Apollo. Statuette bronzee raffigurano Hermes, Apollo e Sileni, mentre figure in terracotta rappresentano Cibele e l'aquila di Zeus. Tutti i culti greci si mescolarono notevolmente a quelli barbarici.

Fonti:
realmofhistory.com
treccani.it

Terminata la stagione di scavi italiana sull'isola di Cipro

Un vasetto deposto con cura al fondo di un pozzo scoperta nel sito
di Erimi-Laonin tou Poraku (Foto: Department of Antiquities,
Republic of Cyprus)
Il Dipartimento delle Antichità, il Ministero dei Trasporti e delle comunicazioni greci hanno annunciato il completamento della stagione di scavi 2016, intrapresa dalla missione archeologica italiana dell'Università degli Studi di Firenze presso il sito di Erimi-Laonin tou Poraku.
Il sito di Erimi-Laonin tou Poraku è situato sulla riva orientale del fiume Kouris e venne scarsamente abitato durante il periodo tardo ellenistica e il periodo romano. Gli scavi si sono concentrati su quattro aree su due terrazze adiacenti ed hanno rivelato una struttura massiccia, una parete che sembra limitare l'insediamento ad ovest. Questa parete è alta 1,60 metri per 1,70 di larghezza. All'esterno della parete sono stati identificati una serie di quattro pozzi ellittici poco profondi. Questi sono posizionati tutti in linea e sembrano essere collegati a più episodi di costruzione e di abbandono del muro.
Il cimitero di Erimi-Laonin tou Poraku si estende su una serie di terrazze degradanti verso sudest dell'insediamento. Compaiono, in esso, una serie di solchi scavati nella roccia e tombe a camera. Altre due sepolture sono state scavate nell'attuale stagione e sono risultati interessanti per quel che riguarda l'architettura e i rituali di sepoltura associati. Una delle due tombe è costituita da una grande camera sotterranea, con due ingressi e un grande blocco d'ingresso. La sepoltura è stata parzialmente saccheggiata, ma sono stati comunque recuperati numerosi oggetti in bronzo, collegati - verosimilmente - alle vesti con le quali venne deposto il defunto.

Nuove scoperte ad Qubbet el-Hawa

Il muro di due metri di altezza ritrovato a Qubbet el-Hawa, nella parte ovest del cimitero di Aswan
(Foto: University of Birmingham/EES)
Gli archeologi dell'Università di Birmingham hanno trovato le prove dell'esistenza di tombe reali nel sito di Qubbet el-Hawa, ad ovest di Aswan. Qui è stato scoperto un muro di circa due metri di altezza, probabilmente il supporto architettonico per le tombe conosciute poste sulla terrazza superiore, tra le quali quelle di Harkhuf e di Heqaib, governatori dell'isola di Elefantina durante l'Antico Regno.
Il muro di sostegno ha fatto da contrafforte alla collina e alle sottostanti sepolture, accessibili mediante una strada rialzata che portava alla seconda terrazza. Questo muro è stato datato grazie ai cocci di ceramica che vi erano incorporati. I pezzi includono parte di alcune ciotole forgiate in uno stile tipico del regno del faraone Pepi II, della VI Dinastia (2278-2184 a.C.).

Fonte:
pasthorizonspr.com

Trovata una croce d'avorio in Bulgaria

La croce di XIII secolo in avorio, rinvenuta nel
monastero di San Demetrio a Veliko Tarnovo
(Foto: Yantra Dnes daily)
Una croce del XIII secolo in osso, con intricate incisioni è stata scoperta nella città di Veliko Tarnovo, nella Bulgaria centrale, l'antica capitale dell'impero bulgaro. Sulla croce è inciso il nome del sacerdote al quale è appartenuta. La croce d'avorio è stata rinvenuta dal Professor Mirko Robov.
La croce è stata ricavata dalla zanna di un elefante o di un mammut o dalla zanna di un tricheco. Il reperto è alto 4,5 centimetri per 2,7 di larghezza ed uno spessore di 0,6 centimetri. Sono 13 le incisioni di rilievo con motivi religiosi. E' stata rinvenuta tra le rovine del monastero medioevale di San Demetrio a Veliko Tarnovo ed era di proprietà, secondo il Professor Robov, di uno dei padri superiori del monastero, di nome Nikolai. Sulla croce vi è anche un'immagine di San Nicola di Myra, taumaturgo della tradizione ortodossa.
Gli archeologi sono convinti che il sofisticato artigianato di cui è espressione la croce d'avorio è una testimonianza di notevoli competenze artistiche e tecniche degli artigiani della Tarnovgrad del secondo impero bulgaro. Del resto il monastero di San Demetrio è il più grande monastero della capitale.

Fonte:
archaeologyinbulgaria.com

venerdì 23 dicembre 2016

Trovato un vaso in gesso con il nome di Giovanni Ircano

Il frammento in gesso con la scritta riferentesi ad Ircano
(Foto: jewishbusinessnews.com)
Una rara ciotola in gesso di 2100 anni fa, con il nome di Giovanni Ircano inciso in ebraico è stata scoperta presso la cittadella di Davide a Gerusalemme. I ricercatori sostengono si tratti dei primi esempi di vasi in gesso. Ircano era un nome comune all'epoca, ed era anche il nome di due esponenti di spicco della dinastia degli Asmonei.
La ciotola è modellata in gesso e non si è ancora certi che Ircano fosse il nome di una persona di alto rango o il nome di un cittadino qualunque. Si conoscono due personaggi del periodo al quale appartiene il frammento di gesso che recano il nome di Ircano: Giovanni Ircano, nipote di Mattia della dinastia degli Asmonei, che governò la Giudea dal 135 al 104 a.C. e Giovanni Ircano II, figlio di Alessandro Ianneo e Salome Alessandra.
Il frammento è stato scoperto durante uno scavo archeologico sotto le fondamenta di un miqwa risalente al periodo degli Asmonei, che faceva parte di un complesso di impianti di acqua utilizzati per il bagno rituale.

Fonte:
jewishbusinessnews.com

Ahhotep, nobile regina guerriera

Particolare del sarcofago Ahhotep (Foto: CESRAS, Mosca)
La regina Ahhotep fu una donna eccezionale, forte e coraggiosa. La sua storia iniziò del Medio Regno e terminò nei depositi del Museo del Cairo.
Il secondo periodo intermedio è uno dei meno considerati dell'antico Egitto, ma ci ha consegnato storie di uomini e donne, le cui mummie hanno trovato un sicuro ricovero nella tomba DB320. La storia di Ahhotep è piena di lacune, ma dai frammenti che rimangono traspare il ritratto di una donna di notevole potere. Era figlia del faraone Senakhtenre Ahmose e della regina Tetisheri e crebbe circondata da persone estremamente consapevoli del potere che rivestivano a corte. Anche la madre di Ahhotep fu una regina piuttosto potente e la figlia seguì il suo esempio.
Ahhotep sposò suo fratello Sequenenre Taa II al quale diede quattro figli. Il suo parere era sempre tenuto in altissima considerazione anche in campo politico e tutte le azioni di corte vennero lette come un omaggio a suo padre Senakhtenre Ahmose, in onore del quale due figlie di Ahhotep vennero chiamate Ahmose Nefertari e Ahmose Nebta.
Oggetti e gioielli trovati nella sepoltura di Ahhotep
(Foto: Temple of Mut)
Sequenenre Taa II morì in battaglia, dopo aver subito orribili colpi al cranio con un'ascia da battaglia hyksos. Il suo successore fu Kamose, uno dei figli avuti da Ahhotep. La regina partecipò attivamente sia alle battaglie che ad altre attività militari; si prendeva cura dei soldati, cavalcava ed aveva un ruolo di primo piano in campo diplomatico.
Alcune fonti suggeriscono che Ahhotep regnò sull'Egitto per un periodo di tempo dopo la morte di Kamose, ma il successore ufficiale era il fratello di questi, nonché figlio di Ahhotep, Ahmose I. La regina rimase comunque una figura di primo piano, a corte, ma la sua vita rimane un mistero e non si sa quando rinunciò realmente al suo ruolo di reggente.
Ahhotep morì, con tutta probabilità, durante il regno di Thutmosis I. La sua mummia divenne, forse, una delle vittime più illustri degli scavi del XIX secolo. All'epoca i ricercatori erano focalizzati sulla ricerca di tesori inestimabili. I moderni ricercatori non sono dell'opinione che sia stata collocata all'interno della DB320. Molto probabilmente la mummia di Ahhotep venne scoperta nel 1858 da operai alle dipendenze Auguste Mariette, nello scavo di Abu el-Naga. Mariette notò la bara della grande Ahhotep, segno che la donna era la moglie più importante del faraone. All'interno della bara Mariette scoprì anche gioielli d'oro. Accanto a questi ultimi vi era anche un'ascia cerimoniale inscritta in oro, decorate con un grifone in stile minoico. Tra i gioielli vi era anche una sorta di medaglia che veniva data ai soldati egiziani di alto rango.

Fonte:
ancient-origins.net

domenica 18 dicembre 2016

Riapre il sito archeologico dell'antica Lavinium

Il Santuario delle XII Are a Lavinium (Foto: Il Messaggero)
Riapre al pubblico il sito archeologico della città di Lavinium, grazie alla triplice intesa fra Soprintendenza all'Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, comune di Pomezia e famiglia Borghese. Il sito finora era accessibile solo su prenotazione.
Situata tra Pomezia e Torvajanica, all'interno della tenuta naturalistica di Pratica di Mare, di proprietà dei Principi Borghese, Lavinium è stata oggetto di una lunghissima operazione di valorizzazione passata attraverso campagne di scavi, attività di restauro e studi cartografici da parte di Mibact e Università La Sapienza di Roma. Oggi, la Città Sacra dei Latini la cui fondazione viene attribuita dalla mitologia ad Enea, eroe in fuga da Troia in fiamme, torna nell'offerta turistica nazionale con una rinnovata fruibilità. La gestione del sito è affidata al comune di Pomezia con la guida e la supervisione del Museo Multimediale di Lavinium.
Tomba commemorativa di Enea nell'antica Lavinium
(Foto: Comuni-italiani.it)
"I reperti archeologici conservati in quest'area segnano le origini del nostro territorio e rappresentano la storia e la cultura di un grande popolo - dichiara il Sindaco di Pomezia Fabio Fucci - con questi protocolli prende finalmente forma il parco archeologico di Pomezia, obiettivo strategico prioritario del nuovo PRG. Partire dalle risorse archeologiche, ambientali e paesaggistiche del territorio è un cambiamento culturale profondo delle politiche di pianificazione della città".
Tornano alla luce in tutta la loro monumentalità: il Santuario delle XIII Are, dove venivano eseguiti i riti sacrificali con un quattordicesimo altare, adesso visitabile, emerso dagli ultimi scavi; l'Heroon di Enea, un tumulo sepolcrale risalente al VII secolo a.C. identificato dalla leggenda come la tomba di Enea; l'edificio così detto arcaico e contigue fornaci.
La valorizzazione del sito archeologico è stata resa possibile grazie a quella che il Soprintendente Alfonsina Russo ha definito "una tutela partecipata del patrimonio culturale" che ha visto il contributo di un'erogazione liberale per il sostegno alla cultura, con la formula Art Bonus, sposata nel caso specifico dalla Società Johnson&Johnson Medical.
"Con grande emozione e gioa vediamo concretizzarsi il sogno di mio marito Pier Francesco Borghese che sin dal lontano 1964 ha supportato la ricerca e gli scavi archeologici nella nostra tenuta di Pratica di Mare - ha dello la Principessa Grazia Borghese - quest'iniziativa potrà rappresentare per il futuro un modello di gestione sinergica e sostenibile tra gli aspetti qualificanti del territorio, quale cultura, archeologia e agricoltura di qualità".
La prima data disponibile per visitare l'antica Lavinium è sabato 7 gennaio 2017.

Fonte:
spettacoliecultura.ilmessaggero.it

Le molte vite di Tiati, città dell'antica Daunia

Monete con la dicitura TIATI (Foto: teanum.com)
La città di Tiati, uno dei più importanti centri dell'antica Daunia (attuale provincia di Foggia), sorse tra la fine dell'XI e il IX secolo a.C., su versante meridionale del corso del Fortore, a pochi chilometri dalla sua foce nell'Adriatico. Il Fortore è il secondo fiume pugliese per lunghezza dopo l'Ofanto.
Il nome è tramandato, dalle fonti antiche, in due forme diverse. Il nome Tiati è documentato nelle monete d'argento e di bronzo del IV-III secolo a.C., con leggenda in lingua osca, cui si collega la variante Teate, riportata da alcune fonti letterarie più tardi. La seconda forma, Teanum Apulum, è molto più diffusa ed è attestata dalla metà del I secolo a.C., per distinguere la città dai centri omonimi dei Sidicini (Teano in Campania) e dei Marrucini (Chieti). Viene menzionata con questo nome anche da Cicerone. Alcuni studiosi ritengono che la forma Teate-Tiati sia di origine osca, mentre altri ritengono che Teanum sia la forma sannitizzata e Tiati quella originaria daunia.
Tomba in laterizi di Teanum Apulum (Foto: Archeologia Viva)
L'insediamento antico, grazie alla sua posizione di confine, diviene un importante snodo delle vie di transumanza e dei flussi commerciali nord-sud ed est-ovest. Molto intensi furono i contatti con gli Etruschi di Capua e, poi, con i Sanniti.
L'abitato si articola in modo più complesso verso la fine del VII secolo a.C., quando alle capanne si sostituiscono strutture abitative più complesse con fondazioni in pietra e pareti in mattoni crudi e legno. Dalla fine del VI e fino al I secolo a.C., un ruolo determinante è assunto dai luoghi di culto sorti lungo i tratturi. Uno di questi è stato riportato alla luce lungo il percorso di transumanza noto come Regio Tratturo. Si tratta di un edificio fondato nel VI secolo a.C., con pregevoli statue di culto fittili e raffinate decorazioni architettoniche che alludono fortemente all'influenza degli Etruschi di Capua.
Corona in lamina d'oro provenienti da Teanum Apulum
(Foto: drago.liferesult.it)
Della necropoli di Tiati, purtroppo funestata dalle incursioni degli scavatori clandestini, non si conosce l'esatta ubicazione. Negli ultimi anni sono emerse diverse tombe a fossa del VII-VI secolo a.C. tra le quali si distingue la sepoltura a tumulo di un adulto deposto in posizione fetale, come è usanza delle popolazioni daunie. L'uomo ha come corredo una brocca e un attingitoio, elementi che richiamano al simposio, pratica mutuata dagli Etruschi della Campania. Entrambi gli oggetti sono prodotti nella vicina cittadina daunia di Herdonia (attuale Ordona). Il corredo si compone anche di un fascio di spiedi in ferro e da due bacili in bronzo di produzione etrusca.
Poco distante da questa sepoltura è venuta alla luce una tomba a fossa foderata da lastroni in pietra. Si tratta di una deposizione femminile, in cui compaiono, quali parte del corredo funebre, diversi ornamenti personali: un bracciale, un'armilla e un torques in bronzo, una fibula in ferro e un grande cerchio in ferro. Del corredo fanno parte anche vasi, una brocca prodotta ad Herdonia e un attingitoio che hanno permesso di datare la tomba alla metà del VI secolo a.C.
Tomba con dromos dal territorio di Civitate
(Foto: drago.liferesult.it)
Nel IV secolo a.C. i Sanniti penetrano nel territorio di Tiati: lo provano le monete con la scritta TIATIUM in lingua osca. La città si allea con loro contro Roma. La sconfitta del 318 a.C. (seconda guerra sannitica) porta ad un patto di alleanza con i Romani, che confiscano le terre appartenenti alla fazione antiromane. In questo periodo la città assume il nome latino di Teanum Apulum e gode di una autonomia amministrativa e di un notevole sviluppo economico.
Il florido periodo di Tiati è testimoniato da una tomba a camera del III secolo a.C., la Tomba degli Ori, scoperta nel 1952 e destinata a più defunti. Il corredo è composto da due corone in lamina d'oro, un anello in oro con castone in pasta vitrea inciso con la figura di Ercole, un balsamario in argento e una coppia di anfore da trasporto. Di particolare interesse anche una tomba a grotticella del IV secolo a.C., scoperta durante i lavori per un acquedotto rurale, dove sono state rinvenute tracce di cenere e legni combusti pertinenti una pira innalzata per il rituale di sepoltura. Questa sepoltura rappresenta un mutamento del rituale funerario daunio, che all'inumazione affianca ora la semicremazione.
La battaglia di Canne del 216 a.C. segna l'inizio della romanizzazione definitiva di Teanum Apulum, portata a compimento nel II secolo a.C. con l'istituzione di un municipium e l'ascrizione dello stesso alla gens Cornelia. Nella divisione augustea dell'Italia, la città appare inclusa nella Regio II Apulia et Calabria. Nel IV secolo d.C. il territorio di Teanum Apulum entra a far parte della nuova provincia del Samnium. Comincia un periodo, per la cittadina, di forte attività edilizia che porta all'edificazione, tra gli altri monumenti, di mura (I secolo a.C.), di una basilica e di necropoli extraurbane, di cui sono noti cippi e stele, a dimostrazione della persistenza di nuclei rurali e ville rustiche durante l'età imperiale.
Nell'XI secolo viene fondata, da parte del catapano Basilio Bojoannes, la città di Civitate, centro fortificato bizantino lungo la frontiera con il principato longobardo di Benevento. Civitate sorge in un punto strategico dell'area urbana di Teanum che, però, non è chiaro se fosse ancora parzialmente abitato o del tutto abbandonato. Nei pressi di Civitate si svolse, il 18 giugno 1053, una battaglia decisiva per le sorti dell'Italia meridionale: i Normanni sconfissero l'esercito di papa Leone IX e presero prigioniero lo stesso papa.

Fonti:
liberamente tratto da "Archeologia Viva" di settembre-ottobre 2016
emeroteca.provincia.brindisi.it

sabato 17 dicembre 2016

Antichi gioielli misteriosamente acquisiti dal Museo di Sofia

La collana e gli orecchini in possesso del Museo di Storia di Sofia, in Bulgaria (Foto: National Museum of History)
Una parure di gioielli femminili in oro, risalenti al V-VI secolo d.C., sono stati rinvenuti in Bulgaria. La notizia è stata resa nota da un laconico comunicato del Museo Nazionale di Storia di Sofia, che non ha specificato dove sono stati scoperti i gioielli.
Il set di gioielli è costituito da una collana d'oro e due orecchini ugualmente d'oro, entrambi decorati con pietre preziose di color rosso. La collana reca anche gli elementi del nodo di Ercole. Si tratta di gioielli senza uguali, ha affermato il portavoce del Museo.
Già nell'ottobre di quest'anno il Museo di Sofia aveva dichiarato di aver ricevuto in dono una scultura in pietra antica raffigurante un antica divinità trace o, forse, il dio Apollo recante una corona sul capo. Si presume che il reperto sia stato rinvenuto in un campo di patate nei pressi della città bulgara di Stara Zagora, dove un tempo sorgeva la città romana di Augusta Traiana.
Nell'agosto 2016, inoltre, un'anfora di età tardo antica ancora contenente olio di palma, è stata scoperta da un sub al largo di Sozopol, località sul Mar Nero. Nel 2015 il Museo di Sofia ricevette in dono un busto in marmo dell'imperatore romano Gordiano III, un altare sacrificale romano dedicato a Giove Dolicheno e un'antica lapide romana, tutti sequestrati ai cacciatori di tesori ed ai trafficanti di reperti archeologici.

Fonte:
archaeologyinbulgaria.com

Scoperta un'iscrizione centenaria in Turchia

L'iscrizione scoperta ad Elazig (Foto: AA)
Uno scavo condotto nella chiesa di Kizil ad Elazig, in Turchia, conosciuta anche come Chiesa della Vergine Maria, ha portato alla luce un'iscrizione di circa 170 anni fa. Secondo le informazioni rilasciate dal comune di Elazig, i lavori di restauro sulla chiesa del XIX secolo hanno fatto emergere un'iscrizione del 1851, delle misure di 80 per 53 centimetri.
Esperti in lingua stanno cercando di decifrare il testo dell'iscrizione, che è custodita nel Museo di Elazig e che sarà restituita una volta terminato il restauro e la decifrazione. Dallo scavo sono emersi anche pilastri, basi di colonne, porte di ingresso e una serie di elementi decorativi.

Fonte:
hurriyetdailynews.com

Istanbul e i terremoti del passato

Archeologi sul campo ad Istanbul (Foto: AA)
Gli scavi archeologici effettuati sulla costa del lago Kuçukçekmece, nel quartiere di Istanbul Avcilar, dall'Università di Kocaeli per far luce sulla storia dei terremoti in città, hanno permesso di trovare tracce di antichi terremoti, esaminati dal Professor Serif Bans, dell'Università di Kocaeli.
Dagli scavi si è potuto vedere le dimensioni della città sotterranea, le sue strade e strutture anche grazie all'utilizzo di metodi geofisici. Nello scavo sono state individuate le ossa di tre scheletri e monete di epoca giustinianea, il che dimostra che uno dei più grandi terremoti subiti da Istanbul si verificò nel 557 d.C., apportando notevoli danni anche ad Hagia Sophia. Tutte le fondamenta delle strutture del quartiere crollarono. E' stata individuata anche una grande struttura monumentale, anch'essa danneggiata dal terremoto.

Fonte:
hurriyetdailynews.com

Israele, rinvenuta un'antica pressa per vino

La pressa trovata ad Ashkelon (Foto: Assaf Peretz - IAA)
Un'indagine archeologica della Israel Antiquities Authority (IAA) ai fini della costruzione di una nuova scuola elementare nella città di Ashkelon, ha rivelato un torchio per uva di più di duemila anni fa, risalente al periodo ellenistico.
Accanto alla pressa per il vino, la più antica mai trovata nella zona, sono emersi i resti di un grande edificio. I risultati sembrano indicare che esisteva qui una grande azienda attiva per tutto il periodo ellenistico. Il torchio quadrato è costituito da una superficie piana dove i lavoranti calpestavano acini d'uva con i piedi nudi per estrarne il succo, un pozzo utilizzato per separare le bucce dal succo d'uva ed un bacino di raccolta, dove veniva indirizzato il succo d'uva filtrato. Tutte le strutture erano ricoperte da uno spesso strato di intonaco bianco mescolato con conchiglie per impedire la fuoriuscita del vino.
L'archeologo Ilan Peretz, direttore dello scavo, ritiene che l'edificio scoperto accanto al torchio sia stato utilizzato per lo stoccaggio di brocche di vino e per alloggiare i lavoranti. La scoperta del torchio è la prova che l'attività agricola è cominciata, nella zona, molto prima di quanto si era ritenuto finora.

Fonte:
jns.org

Cina, uno stufato di duemila anni fa

La pentola cinese di duemila anni fa contenente lo stufato di bue
I resti di un'antico stufato di bue, parzialmente conservato in una pentola, sono stati trovati nella tomba di un nobile cinese nella provincia di Henan, vicino alla città di Xinyang. I resti risalgono a circa duemila anni fa, all'epoca degli Stati Combattenti. L'esatta ubicazione della sepoltura è tenuta segreta per motivi di sicurezza.
Lo stufato di carne contiene anche ossa di bue e altri ingredienti e si va ad aggiungere ad altri resti di cibo trovati in Cina: una zuppa di radice di loto risalente alla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.) portata alla luce nel 1972 nelle sepolture di Mawangdui, nella provincia di Hunan; una sorta di gnocchi trovati nella tomba della dinastia Tang (618-907 d.C.), nella regione di Xinjiang; circa 26 litri di baijiu, un antico liquore provenienti dalla città di Xi'an.

Tres Tabernae, dove passò san Paolo

Resti del piccolo impianto termale della mansio di Tres Tabernae
(Foto: artbonus.gov.it)
La mansio romana di Tres Tabernae, situata al XXXIII miglio della via Appia è nota agli studiosi per via di san Paolo. Insieme al vicino centro di Forum Appii, fu teatro, nella primavera del 61 d.C., dell'incontro tra alcuni cristiani di Roma e l'apostolo Paolo.
La mansio era sicuramente un luogo di sosta importante per chi percorreva la regina viarum, tra Roma e il porto di Terracina. E' probabile che, con l'organizzazione del servizio postale pubblico voluto da Augusto, Tres Tabernae sia entrata a far parte delle stazioni che scandivano le principali strade romane.
La stazione compare negli itinerari stradali come posto di tappa sull'Appia: nell'Itinerarium Antonini, risalente alla fine del III-inizi del IV secolo d.C., e nei più tardi testi della Cosmographia dell'Anonimo Ravennate. Nella Tabula Peutingeriana, una mappa dell'impero romano databile alla metà del IV secolo d.C., conosciuta attraverso la copia eseguita in età medioevale, la mansio di Tres Tabernae è contrassegnata da una vignetta che ne sottolinea l'importanza e, forse, anche l'esistenza di un edificio termale.
Ambienti della mansio con pavimenti musivi
(Foto: h24notizie.com)
Le indagini archeologiche condotte, a più riprese, dalla Soprintendenza competente a sud di Cisterna di Latina hanno consentito di identificare il sito dell'antica stazione che, fino ad allora, era stata variamente localizzata dagli studiosi. In un'area di due ettari sono stati evidenziati resti di edifici pubblici e privati, oltre ad un diverticolo della strada principale. Questi ritrovamenti sono solo una parte di un insediamento di più vaste dimensioni la cui frequentazione va dal I al IX secolo d.C.
Sono diversi i settori riportati in luce dagli scavi. Uno gravita intorno al diverticolo e comprende anche resti di edifici di carattere commerciale e un balneum. L'altro è caratterizzato da ambienti con murature in reticolato e pavimenti in battuto o in mosaico monocromo bianco che si alternano a un grande spazio aperto sistemato ad hortus. Il terzo settore presenta murature più tarde, con un quartiere di servizio, alcuni vani contigui tutti con pregevoli tessellati (pavimenti composti da tessere di piccole dimensioni) bianco-neri. Alcuni di questi tappeti musivi risalgono al 180 d.C. circa e vennero realizzati al di sopra di un alto strato composto da elementi eterogenei frammisti a intonaci dipinti.
Pavimento musivo di Tres Tabernae (Foto: Parvapolis.it)
Questi mosaici, i cui motivi vanno dall'arabesco di tralci vegetali arricchito da oggetti riferibili ad un contesto dionisiaco, ad un medaglione centrale con testa di Gorgone, dimostrano l'originalità creativa e l'alto livello esecutivo delle maestranze che lavoravano sul sito.
Il complesso comprende anche un grande edificio non ancora indagato integralmente, composto da un'area centrale a cielo aperto (un cortile o un giardino), circondato da ambienti, uno dei quali riscaldato, tutti dotati di mosaici geometrici in bianco e nero. L'ambiente più sontuoso è stato identificato come una sala triclinare con tre riquadri ed altrettanti emblemata figurati, realizzati con un mosaico piuttosto raffinato. Questa sala aveva, forse, una destinazione di rappresentanza per personaggi di alto rango collegati alla cura della strada pubblica o alla gestione della mansio.
Gli archeologi ritengono che già nella prima metà del I secolo a.C., in questo luogo vi era una importante struttura attrezzata per la sosta e il cambio dei cavalli, citata già da Cicerone - che vi aveva sostato nel 59 a.C. - nella sua lettera ad Attico. La vita della mansio continuò prospera per tutta l'età antica ed il passaggio di san Paolo a Tres Tabernae aggiunse notevole prestigio alla struttura. Nel 313 d.C. la mansio era incardinata in una sede vescovile che controllava i numerosi possedimenti fondiari della Chiesa in questa zona.
Pavimenti musivi degli ambienti della mansio di Tres Tabernae
(Foto: IlTabloid.it)
La diocesi di Tres Tabernae continuò a vivere fino al VI secolo d.C., quando papa Gregorio Magno la unì alla vicina sede di Velletri, il che portò allo spegnimento della funzione della sede. Da questo momento cessano le notizie su Tres Tabernae che riappare nell'VIII secolo d.C. quando un vescovo della diocesi viene nominato in un constitutum di papa Paolo I.
La sede vescovile venne riattivata da papa Zaccaria, che aveva ricevuto in dono dall'imperatore Costantino V Copronimo delle massae (insieme di terreni agricoli) di Ninfa e Norma. La sede, però, non durò molto dopo il IX secolo d.C., a causa dell'impaludamento  dell'area attraversata dalla via Appia, alla quale si cominciò a preferire l'antico percorso pedemontano che passava per Norba, Sezze e Priverno. Non è stata mai trovata traccia degli antichi edifici di culto cristiani di Tres Tabernae. Negli anni '90 furono trovati, in scavi non autorizzati, frammenti marmorei di plutei e di un pilastrino pertinenti l'arredo liturgico di una chiesa. Questi oggetti sono decorati con motivo a intreccio di nastri di vimini, secondo la moda degli anni compresi tra la fine dell'VIII e la metà del IX secolo d.C.

Fonte:
liberamente tratto da "Archeo" di novembre 2016

giovedì 15 dicembre 2016

Scoperte delle cucine dell'epoca dei Lidi

Scavi nella provincia occidentale turca di Bahkesir (Foto: AA)
Gli archeologi turchi hanno scoperto a Dascylium, antica città della provincia turca di Balikesir, una cucina di 2600 anni fa, epoca dell'antico regno della Lidia in Anatolia. Durante gli scavi, sono emersi utensili di cucina, contenitori, malte e alcune lische di pesce e semi.
Gli scavi hanno rivelato anche delle mura utilizzate per rafforzare dei tumuli di sepolture scavate nella roccia, scoperte durante gli scavi.
Quelle scoperte sono le prime cucine completamente attrezzate, dell'epoca del regno di Lidia, venute alla luce in Anatolia.

Fonte:
dailysabah.com

Scoperte terme romane a Marcellina

Lo scavo che ha intercettato le terme romane a Marcellina
(Foto: notizialocale.it)
Scoperta archeologica a Marcellina, trovate terme romane nelle campagne. Si tratta di un incredibile ritrovamento avvenuto durante i lavori per il gasdotto Mediterraneo-Italia. I resti si trovano in località Pozzo Grande presso Fonte Manfrella. Si tratta di una beauty farm del II secolo a.C.. A darne notizia è stato l'archeologo Zaccaria Mari, funzionario responsabile di zona per la Soprintendenza del Lazio.
Il ritrovamento ha dell'incredibile perché, in quella zona di campagna, non c'erano notizie di reperti archeologici. Si tratterebbe, secondo Zaccaria Mari di terme di campagna, ad uso della popolazione rurale.
La scoperta è stata del tutto casuale. Durante i lavori per interrare un tubo, del diametro di due metri, per il gasdotto della Snam gli operai hanno trovato i resti romani. Al momento i reperti, per garantirne la conservazione, saranno reinterrati ma a gennaio queste terme saranno protagoniste di un convegno scientifico. I reperti sono rimasti coperti per due millenni da una frana. Oltre alle sale delle terme è stata trovata ance una lunga strada di accesso, lastricata, di cui un tratto anche coperto da volte. Ci sono, poi, delle vasche per alimentare le terme più a monte. A quel tempo, inoltre, accanto alle terme c'era anche un fiumiciattolo.

Fonte:
notizialocale.it

martedì 13 dicembre 2016

Gli svedesi scoprono una misteriosa città greca

L'acropoli della sconosciuta cittadina, visibile in una giornata nuvolosa
sulla pianura tessala (Foto: heritagedaily.com)
Un team di ricercatori internazionali del Dipartimento di Studi Storici dell'Università di Goteborg, in Svezia, ha esplorato un'antica città della Grecia centrale. I risultati possono cambiare il modo di vedere un'area tradizionalmente considerata poco importante del mondo antico.
L'antica città, risultata sconosciuta, si trova nei pressi di un villaggio chiamato Vlochòs, a 5 ore a nord di Atene. I resti archeologici sono sparsi intorno e sopra la collina di Strongilovoùni, nella grande pianura della Tessaglia, e sono datati a diversi periodi storici. In collaborazione con l'Istituto svedese di Atene e con il servizio archeologico locale a Karditsa, è stato avviato un progetto archeologico con il nome del villaggio, con l'obiettivo di esplorare i resti.
La collina sembra nascondere molti segreti. Innanzitutto sono emersi resti di torri, mura e porte della città sulla cima della collina, ma nulla è visibile sul terreno sottostante. E' stata individuata una delle piazze della città e l'impianto delle strade che sottintende che il misterioso e sconosciuto centro abitato fosse, in realtà, una città di una certa importanza. L'area all'interno della cinta muraria occupa circa 40 ettari. Sono emerse antiche ceramiche e monete che possono essere di ausilio nella datazione della città. I ritrovamenti più antichi sono stati datati al 500 a.C., ma si pensa che la misteriosa città abbia prosperato maggiormente dal IV al III secolo a.C., prima di essere abbandonata, per motivi ancora da stabilirsi, in concomitanza con la conquista romana della zona.

Fonte:
heritagedaily.com

lunedì 12 dicembre 2016

Il sarcofago di Ahiram, primo esempio di alfabeto fenicio

Il sarcofago di Ahiram nel Museo Nazionale di Beirut
Il sarcofago di re Ahiram (o Ahirom) è un monumento eccezionale, venuto alla luce in Libano. Il sarcofago è l'ultima dimora terrena di un sovrano, Ahiram, re dell'antica città fenicia di Byblos (ora Jubayl o Jbeil) ed è notevole per la qualità dei suoi bassorilievi e soprattutto di una sua iscrizione. L'iscrizione è, in realtà, la prima forma conosciuta di maledizione in alfabeto fenicio.
Il sarcofago reale venne scoperto nel 1923, durante uno scavo archeologico a Byblos, scavo condotto dall'archeologo francese Pierre Montet. Al tempo furono trovate nove sepolture appartenenti ad altrettanti sovrani Fenici, esposte alle intemperie per via delle piogge che avevano dilavano la soprastante collina. La sepoltura di Ahiram era la quinta.
Inizialmente gli archeologi hanno pensato che la sepoltura risalisse al XIII o al XII secolo a.C., dal momento che dei manufatti presenti nella tomba riguardavano quel periodo. Più tardi, però, questa datazione venne contestata da alcuni studiosi che hanno potuto esaminare l'iscrizione del sarcofagi. Oggi si ritiene che Ahiram abbia governato su Byblos intorno al 1000 a.C.. Il suo nome non risulta in alcun corpus letterario noto del Vicino Oriente Antico.
Parte dell'iscrizione rinvenuta sul sarcofago di Ahiram
Dal 3000 a.C. Byblos era cresciuta dalle dimensioni di un piccolo villaggio a quelle di una città prospera grazie al commercio. Durante il periodo di regno di Ahiram, però, la città stava lentamente perdendo la sua importanza. Byblos coltivava intensi rapporti commerciali con l'Egitto, al punto che alcuni studiosi pensano che fosse addirittura una colonia di quest'ultimo.
Il sarcofago di Ahiram, però, non riflette pienamente la dipendenza dalla cultura egiziana ma, se mai, un'influenza dalla Siria del nord. L'iscrizione è, indubbiamente, la parte più interessante e importante del sarcofago. E' stata scolpita sopra un rilievo sul coperchio del sarcofago. Ricorda il nome di Ahiram, il fatto che il sarcofago sia stato un dono di suo figlio Ittobaal e riporta, essenzialmente, una maledizione che aveva il compito di proteggere il sarcofago e il suo contenuto dai violatori di tombe. Questo, tuttavia, non ha impedito ai saccheggiatori di asportare il contenuto prezioso della tomba. Oggi il sarcofago di Ahiram è esposto nel Museo Nazionale di Beirut.

sabato 10 dicembre 2016

Luxor, la dea Sekhmet protegge ancora Amenhotep III

Uno dei busti della dea Sekhmet appena rinvenuti
(Foto: english.ahram.org.eg)
Nello scavo del tempio funerario del faraone Amenhotep III, nella zona di Kom el-Hettan, sulla sponda occidentale di Luxor, gli archeologi egiziani hanno riportato alla luce una serie di statuette raffiguranti la dea Sekhmet, figlia del dio sole Ra. Si tratta di statuette di notevole qualità artistica, di alcune delle quali rimangono solo i busti.
Le statuette di Sekhmet sono state rinvenute sepolte nella sala ipostila del tempio funerario di Amenhotep III, una struttura sorretta da colonne. Altre statue della dea sono state in precedenza rinvenute nello stesso sito. Secondo Mahmoud Afifi, capo del Dipartimento delle antichità egiziane presso il Ministero delle Antichità, la dea Sekhmet, con la testa di leone, fu incaricata di difendere il padre Ra dai suoi nemici. Le numerose statuette della dea, pertanto, erano destinate a proteggere il sovrano dal male e dalla malattia.
Oltre alle statuette di Sekhmet sono stati riportati alla luce dei grandi frammenti di sfingi scolpite in pietra calcarea, come pure il torso, di dimensioni ridotte, di una divinità scolpita nel granito nero.

Fonte:
english.ahram.org.eg

Il volto dell'uomo di Gerico

Ricostruzione del volto di uomo vissuto a Gerico 9500 anni fa
(Foto: British Museum)
Un team di esperti in ricostruzione facciale ha ricreato, con successo, il volto di un uomo vissuto nella biblica città di Gerico. Il progetto è basato su un'analisi avanzata del cranio, dando vita al più antico ritratto custodito nel British Museum. Il modello in gesso permette di vedere il volto di un uomo vissuto 9500 anni fa.
I crani intonacati sono una tradizione dell'antico Oriente tra il 7000 e il 6000 a.C., un periodo conosciuto come Neolitico B. La maggior parte di questi teschi appartengono a maschi adulti, pochi quelli di donne e bambini. Gli storici ritengono che questo teschio e la sua ricostruzione possano fornire informazioni sul culto degli antenati nell'antico Oriente. Essi ritengono, infatti, che intonacare i teschi era una parte dei rituali neolitici. Uno dei crani umani intonacati più significativi è, appunto, quello di Gerico. Si tratta di uno dei sette teschi umani intonacati trovati durante gli scavi archeologici del 1953 da Kathleen Kenyon.
L'identità dell'uomo di Gerico rimane un mistero. Si pensa che, forse, fosse parte dell'elite politica e sociale della città, probabilmente un anziano rispettato, come si è accertato dalle analisi delle ossa. Gli esperti hanno utilizzato una micro-TAC sul cranio di Gerico, tecnologia che ha permesso la ricostruzione di un modello digitale 3D, comprendente aree non visibili quali il palato. Al cranio mancava la mascella, mentre i denti dell'uomo erano in parte rotti ed in parte rovinati. Anche il setto nasale è apparso rotto, ma la frattura si era risanata prima che l'uomo morisse.

Fonte:
ancient-origins.net

venerdì 9 dicembre 2016

Trentino, scoperta una necropoli dell'Età del Ferro

Particolare dello scavo a Nalles (Foto: ansa.it)
Una necropoli con sepolture a incinerazione dell'Età del Ferro è stata rinvenuta a Nalles, in Trentino Alto Adige, durante i lavori di scavo per la realizzazione di una nuova zona residenziale.
La presenza di resti archeologici nell'area era stata ipotizzata dagli archeologi dell'Ufficio Beni archeologici che hanno sorvegliato i lavori. Come riferisce la direttrice, Catrin Marzoli, sono stati individuati strati e reperti risalenti all'intera Età del Ferro, cioè al I millennio a.C.. I numerosi reperti testimoniano che l'intera area fu frequentata per secoli.
"Si tratta di testimonianza preziose del nostro passato e dello sviluppo dell'umanità, che grazie allo scavo possono entrare a far parte del patrimonio della comunità", commenta l'assessore provinciale Florian Mussner.
Nella parte centrale dell'area è stata portata alla luce una necropoli con sepolture ad incinerazione. Finora sono state scavate dieci sepolture, probabilmente altre sono ancora presenti nel terreno.

Fonte:
ansa.it

Marche, trovata una necropoli cristiana

Lo scavo di Mondolfo (Foto: artemagazine.it)
Una necropoli romana del V secolo d.C. è stata rinvenuta presso l'Abbazia di San Gervasio di Bulgaria a Mondolfo, in provincia di Pesaro e Urbino.
Il ritrovamento di tombe cristiane è avvenuto durante i lavori per la realizzazione di nuove condotte idriche effettuati dall'azienda multiservizi Aset, controllati da incaricati della Soprintendenza delle Marche, e conferma l'ipotesi l'ipotesi che il sito di San Gervasio sia stato nel tempo un centro anticipatore della civiltà cristiana della Valcesano. Non si escludono, quindi, ulteriori ritrovamenti di tombe. Tuttavia è la prima volta che vengono ritrovate tombe a una distanza così rilevante dall'antico luogo di culto. Questo testimonia che l'area cimiteriale si estendeva verso est lungo l'attuale strada provinciale "Pergolese".
Il sindaco del comune di Mondolfo, Nicola Barbieri, che ha avviato una collaborazione con la Soprintendenza parla di un "ritrovamento unico di un inestimabile valore storico e culturale. Si tratta di un segno che può rappresentare l'inizio di un nuovo percorso archeologico, di un patrimonio inaspettato in grado di ridefinire anche l'aspetto turistico dell'intera Vallata del Cesano".

Fonte:
artemagazine.it

martedì 6 dicembre 2016

Malaria, ieri come oggi

Il teschio di uno degli individui analizzati sepolto a Velia
(Foto: Luca Bandioli, Museo Pigorini)
La malaria era una piaga devastante già duemila anni fa, all'epoca dell'impero romano. La malattia fu causa di molte morti in tutta la penisola italiana, proprio come avviene oggi nell'Africa sub-sahariana. Si tratta della malattia infettiva più soggetta ad essere cronica, anche se la sua incidenza, in percentuale, è diminuita al 37%. La malattia è causata da parassiti plasmodium, trasmessi all'uomo attraverso la puntura di zanzare Anophles femmina infettate.
Le fonti storiche scritte alludono ad una febbre che somiglia molto alla malaria che uccise diverse persone sia in Grecia che a Roma, ma finora non era ben chiaro se questa febbre era causata dal parassita plasmodium e quanto fosse diffusa. Una ricerca di un team dell'Università di Mcmaster ha tentato di trovare la soluzione a questo enigma lavorando sul Dna antico. Gli scienziati hanno identificato la prova dell'esistenza della malaria nel Dna mitocondriale estratto dai denti degli scheletri trovati in tre cimiteri italiani e risalenti ad un periodo compreso tra il I e il III secolo d.C.
Sono stati testati campioni appartenenti a 58 adulti e 10 bambini risalenti all'impero romano. Gli antichi resti furono sepolti in tre cimiteri, due dei quali si trovano sulla costa a Velia ed Isola Sacra, il terzo si trova nell'entroterra, a Vagnari. Quest'ultimo in particolare era un cimitero in cui furono sepolti prevalentemente contadini.
Gli scienziati hanno estratto piccoli frammenti di Dna dalla polpa dei denti e sono stati in grado di identificare la presenza del Plasmodium falciparum, malgrado sia trascorso un notevole lasso di tempo. Il parassita ha colpito persone di ambiente e cultura differenti.

Fonte:
ibtimes.co.uk

Sicilia, nuove scoperte nella villa di Realmonte

Gli archeologi sul sito dell'antica villa di Realmonte, in Sicilia (Foto: USF) Gli archeologi hanno scoperto nuovi reperti di un...